Dizionario di storiografia
Risorgimento
Termine che, utilizzato per la prima volta alla fine del Settecento per
indicare quel periodo della cultura e dell'arte che siamo soliti chiamare
Rinascimento, per alcuni decenni a cavallo tra i secoli XVIII e XIX si
riferì esclusivamente a fatti letterari e culturali. Con V. Alfieri (1749-1803)
il concetto si allargò e venne a indicare la possibile e sperata rinascita
dell'Italia, della nazione Italia nella sua globalità: cultura, storia,
politica; e lo stesso Alfieri viene definito da W. Maturi, uno dei più
attenti storici dell'età risorgimentale, come il «primo intellettuale
uomo libero del Risorgimento». La congiunzione tra Risorgimento
letterario e Risorgimento politico divenne un tema costante di gran parte
della cultura italiana dei primi decenni dell'Ottocento. Il tema si sviluppò
e si definì progressivamente su due percorsi: da un lato il confronto
tra il misero presente e il glorioso passato che può risorgere; dall'altro
il recupero di momenti esaltanti della storia della penisola in cui essa
fu al centro di grandi costruzioni politiche (l'età classica, l'età delle
libertà comunali), fasi storiche a cui fare riferimento per il risorgimento
di un grande passato in un'epoca nuova. In seguito il termine passò a
indicare l'insieme dei processi politici, sociali, culturali da cui scaturirono
l'indipendenza e l'unità nazionale. In questo senso si impadronirono del
concetto tutte le forze politiche dell'Italia ottocentesca e cominciò
fin dai primi decenni postunitari a costruirsi il mito retorico del Risorgimento.
Fu l'epoca dei ritratti agiografici dei protagonisti, dei monumenti, dei
discorsi celebrativi, in cui la ricostruzione delle vicende storiche diventava
una retorica riconciliazione nazionale nella quale sfumavano fino a scomparire
i contrasti e le diverse posizioni. A fine Ottocento iniziò quindi qualcosa
di nuovo: l'interpretazione storica del Risorgimento come storia dell'unificazione
nazionale e come formazione di uno stato moderno
STORIOGRAFIA E PASSIONI POLITICHE. Fin dall'inizio la discussione storiografica
sul Risorgimento fu segnata dalle passioni politiche e incentrata su tematiche
già individuabili nelle opere dei protagonisti moderati (I. Balbo, G.
La Farina, L.C. Farini) e democratici (C. Cattaneo, G. Ferrari, C. Pisacane):
il ruolo guida del Piemonte, la celebrazione dell'opera dei Savoia o di
quella di Cavour, l'influenza della Rivoluzione francese, quella delle
riforme settecentesche, il peso e il limite dell'intervento popolare.
La lettura critica dell'opera di A. Oriani La lotta politica in Italia
(1892) apriva in direzione ancora diversa la polemica storiografica, arrivando
fino alle posizioni divergenti dei nazionalisti, che vedevano nelle lotte
risorgimentali un presagio di futura grandezza dell'Italia, e di P. Gobetti
che, nella concezione della "conquista regia", trovava sostegno alla sua
tesi del Risorgimento come rivoluzione fallita. Un'ulteriore svolta interpretativa
delle vicende risorgimentali veniva indicata da A. Anzilotti (1885-1924)
il quale sottolineava l'opportunità di uscire da una semplice narrazione
delle idee e dei fatti per cogliere in profondo quelle che chiamava le
«vicende realistiche»: «Si è avuto scriveva
un interesse patriottico per certe figure, per gli avvenimenti militari,
per le relazioni diplomatiche, per gli episodi del nostro martirologio.
La storia interiore, intesa come storia dei partiti, delle idee politiche,
degli ordinamenti amministrativi, delle finanze, della politica in generale
è quasi un terreno vergine».
I PRIMI APPROFONDIMENTI. La nuova proposta storiografica era un tentativo
di fondere le esigenze di ricerche attente allo svolgersi del processo
storico con quelle rivolte ad approfondire momenti di vita reale, concretamente
individuabili in tre direzioni: storia economica, storia dei partiti in
rapporto alle classi, storia delle diverse realtà provinciali. A una storiografia
sempre più attenta allo studio delle condizioni economiche e sociali (K.R.
Greenfeld, B. King) se ne affiancava una più rivolta a indagare i fenomeni
politici, avviata da G. Salvemini e continuata da N. Rosselli, che apriva
all'indagine del rapporto tra democrazia risorgimentale, socialismo, movimento
operaio. Una voce ancora diversa fu quella di A. Omodeo che, affermando
i risultati positivi raggiunti dalla lotta risorgimentale, auspicava studi
di approfondimento sui protagonisti di quel processo e sui loro ideali,
evitando però una ricostruzione acritica e tale da porre sullo stesso
piano uomini e realtà profondamente diversi.
LE TESI DI GRAMSCI. Proprio da una recensione di Omodeo allo scritto di
C. Rosselli su C. Pisacane presero avvio le riflessioni di A. Gramsci
sul Risorgimento, sull'assenza nella democrazia risorgimentale di un partito
guida o meglio ancora di una «direzione giacobina» in grado
di imprimere al movimento un carattere generale e unitario e, attraverso
l'attuazione di una riforma agraria, di dare ai democratici la gui-da
delle masse contadine. L'influenza delle analisi gramsciane sugli storici
italiani, specie quelli di formazione marxista, contribuì a una rifioritura,
nel secondo dopoguerra, di studi sul Risorgimento. Gran parte del dibattito
storiografico sul Risorgimento apertosi in Italia nel secondo dopoguerra
si è svolto intorno alle tesi di Gramsci. Da un lato chi (F. Chabod, R.
Romeo) obiettava che una rivoluzione agraria e giacobina avrebbe provocato
uno schieramento nettamente ostile all'unificazione da parte delle potenze
europee, o come ancora fosse estremamente difficile, per mancanza di risorse
tecnico-agrarie, trasformare l'Italia meridionale in un paese di democrazia
rurale; dall'altro chi sosteneva che diversa strada avrebbe preso lo sviluppo
del paese se si fosse realizzata un'alleanza tra democratici e contadini
senza intaccare il principio di proprietà privata, anche cioè senza arrivare
a una rivoluzione agraria.
INDAGINI E TESI PIÙ RECENTI. Liberato dalle tante retoriche che lo avevano
accompagnato per decenni, il Risorgimento è diventato infine oggetto di
indagini articolate volte non solo a cogliere il fatto militare e politico,
ma a evidenziare i caratteri, i problemi, le grandi questioni di fondo
della società italiana dell'Ottocento. Sono fioriti studi sul ruolo degli
intellettuali e sulla formazione dell'opinione pubblica, sulla scuola,
sulle condizioni di vita delle classi popolari. E ancora medicina, igiene,
demografia costituiscono settori su cui si sono avvertiti i mutamenti
di interessi storiografici e metodologici; per non trascurare gli studi
di storia costituzionale e amministrativa, quelli sull'emigrazione politica
e, infine, quelli che ripropongono, sotto una luce interpretativa nuova,
vecchie questioni come quelle del ruolo del Piemonte nei confronti del
processo di unificazione. Anche il rapporto tra l'Italia e l'Europa è
ora considerato non più esclusivamente in una prospettiva politica o ideologica,
ma nel quadro dei rapporti tra il processo di formazione dell'unità italiana
e le grandi trasformazioni in atto nel continente europeo. Il Risorgimento
appare così come il processo specifico assunto in Italia dalla rivoluzione
borghese, propria delle grandi potenze europee, quali Francia e Inghilterra,
pur conservando una serie di caratteri originali, primo fra tutti la specificità
nazionale.
• W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, Einaudi, Torino
1962; E. Rota (a c. di), Nuove questioni di storia del Risorgimento
e dell'Unità d'Italia, Giuffrè, Milano 1964; A. Lepre, Il Risorgimento,
Loescher, Torino 1978.