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La Seconda
Guerra Mondiale e la Resistenza
Memorie di un
partigiano
Introduzione
E' con immenso piacere che curo in internet la pubblicazione del
diario di Michele Cornacchia già
edito da Carta libera nel 1995 a cura di Giuseppe Dambrosio, non solo perché la memoria del periodo della Resistenza è offuscata ed è
oggetto di revisione storica da parte della nuova classe dominante, di cui
fanno parte anche coloro che si sono sempre ispirati al ventennio
fascista, ma anche perché nella nostra città in pochi hanno vissuto
quegli eventi in maniera diretta.
I protagonisti, coloro che si sentono tali, non
si sforzano di conoscere il passato per semplice curiosità. Anche il
nostro interesse per il passato non è dettato da semplice curiosità; ci
sforziamo, infatti, di conoscere e di ricordare solo ciò che
riteniamo importante per noi. Facciamo un esempio. Tutti noi
conosciamo Pinco Pallino e ce ne serviamo per .... Eppure lo buttiamo
per ricordare.... Veramente, dunque, si può dire che la storia
SIAMO NOI: perché siamo noi che decidiamo che cosa è storico,
cioè degno di essere ricordato. A meno che non vogliamo
occuparci di cronaca, ma questa implica separatezze, divisioni,
interpretazioni, omissioni, settarismi, campanilismi. Perché
ricordare tutti è impresa assai ardua: qualcuno potrebbe sentirsi
escluso. Poiché è documento tutto ciò da cui lo storico riesce a
ricavare informazioni sul passato attiviamoci a migliore memoria.
Da sempre la storia con la "S"
maiuscola, e specialmente quella militare, ha sottovalutato la
documentazione scritta (diari, memorie, epistolari) a la documentazione
orale (testimonianze) relegandole nel novero delle fonti minori, prive di
pregnanza storica a invece, a ben guardare, da esse emerge con veemenza il
punto di vista dei protagonisti che possono aprirci orizzonti mai eplorati.
A tal proposito cosi si esprime Nuto Revelli, noto storico: II rischio
che
si corre quando si ha una visione cosi limitata, cost parziale della
storia notevole. Valga un esempio. Si prendono magari per buoni dei
"documenti"
the di autentico hanno poco o niente, perch inventati dopo un ciclo
operatiao, perche scritti a bocce ferme, quando tornaua comodo
giustificare gli errori dei comandi. E la truppa? I soldati diuentano
"materiale umano" un'entitu numerica: tante le forze impegnate
in quella battaglia, tanti i Caduti a si volta pagina. Ho sempre creduto
nell'importanza delta guerra "vista dal basso" anche se non ho
preso per oro colato ne' le fonti scritte nd' le fonti orali the parlano
della guerra vissuta dal soldato. Chi giudica queste fonti poco
attendibili compie una scelta sbagliata, una scelta di casta.
Il diario del compagno Michele Cornacchia ci
aiuta ad aprire nuovi scenari. Alcuni temi riguardanti la guerra sono
affrontati con estrema lucidità e puntigliosità: la fame,la
sopravvivenza in condizioni limite (il freddo, il gelo) la morte dei
compagni commilitoni, la pulizia, il rapporto con le donne, la paura
1'angoscia dei bombardamenti. Ma la parte, a mio giudizio, più toccante
è 1'esperienza partigiana, posso dire che ne sono rimasto turbato. Senza
retorica, gli episodi si snodano in un crescendo narrativo caratterizzato
dalla drammaticità che cattura 1'attenzione del lettore. Ci sono in
quelle pagine la storia, i valori, i sentimenti, le aspirazioni di coloro
che hanno voluto un'altra Italia libera a democratica. E' per questo
motivo the val la pena ricordare per non dimenticare. Val la pena RIFONDARE!!!
Ciro Roselli
L'esperienza della guerra
il 20 marzo 1940 fui chiamato a fare il servizio militare. 1110 aprile la
mia compagnia dei Genio 64, compagnia Autieri fu aggregata alla Divisione
Misietta. Cos] ci trasferirono sul confine francese a Claviere ai piedi
dello Sciaberton, quel monte era alto 3800 m. Sulla cima era costruita una
fortezza, la quale disponeva di 37 pezzi di cannoni. La mia compagnia, con
altri reparti, stava costruendo un fosso antiaereo largo 12 metri per 12
di profondità e lungo 500. Noi dormivamo in una capanna. La notte del 9
giugno, mentre dormivamo, sentimmo aprire la porta. Era il capitano the
diede subito I'attenti; not accendemmo la luce a gas a vedemmo un altro
ufficiale assieme. II nostro capitano disse con voce alta
«Salutate il nostro generale Rossi comandante della divisione Misietta
the vi parler~». Noi tutti ci guardavamo in faccia a dicevamo tra noi:
the cosa ci dlr'd? Per venire il generale qui da noi, di notte, ~ una cosa
strana. In quell'istante il generale ci disse: «Dipende da voi la sorte
deila nostra patria (!). Bisogna riempire il fossato della strada per far
passare le nostre truppe entro domani mattina, perche I'Italia ha
dichiarato guerra alla Francia. Alle sette apriremo il fuoco>>.
Lavorammo tutta la notte a la mattina del 10 giugno il cielo era coperto,
c'era una nebbia fitta; alle nostre spalle una lunga colonna di carri
armati, automezzi con pezzi di cannone trainati, i soldati
dell'artiglieria da campagna con i muli e cannoncini da montagna a un
intero reggimento di fanteria eccetera, aspettava per passare all'attacco.
Alle ore 7 sentimmo arrivare i primi colpi di cannone francesi the
colpirono subito la strada the avevamo riattivata:tra not ci fu una grande
paura. Le nostre truppe varcarono il confine francese a il forte chiamato
Gianus. Con altrettanti cannoni sparavano sulle nostre truppe. II nostro
tenente controllava il tempo the not dovevamo stare. I proiettili nemici
colpivano la strada a not subito si riattivava, riempiendo i fossati. Dopo
qualche ora di combattimenti, vedemmo i primi nostri soldati feriti,
grondanti sangue, the venivano trasportati con camioncini, con
autoambulanze. Certo a vedere per la prima volta tutti quei feriti, chi
con un braccio spezzato, chi con una gamba rotta, chi con la testa
scorrendo sangue, mi veniva da piangere. Dopo poche settimane, cessato il
fuoco, conquistammo parte del territorio francese. Le truppe rientrarono
in Italia a not the facevamo parte del genio civile, rimanemmo a costruire
le strade in montagna. Ll ho conosciuto il nostro principe Amedeo di
Savoia, accompagnato dal generale Rossi, comandante di divisione, a il
generale Cavallero, comandante d'armata.
Dopo la campagna di guerra al fronte occidentale rientrammo a Motte di
Castigliole per il riposo. Dopo 10 mesi, a Natale, venni in licenza.
II 4 aprile 1941 partimmo per il fronte della Iugoslavia.
II 5 aprile, con la tradotta militare, passammo da Trieste, dal cimitero
di Redipuglia a arrivammo alla stazione di Aurissina. Ci fecero scendere
dal treno. Erano le 4 di sera. Da quel giorno incomincia il nostro lungo
cammino. AI calar del sole attraversammo la citta di Postumia. La marcia
forzata, con to zaino the pesava sulle spalle, moschetto, giberno,
maschera antigas e I'elmetto in testa. La stanchezza incominciava a
pesaresu di noi. La prima tappa fu di 150 km, cosl arrivammo a Campolungo,
un piccolo paesino abbandonato. LI il comandante di compagnia ci fece una
morale poich6 i viveri scarseggiavano a ci distribuirono dei pacchi di
gallette del 1935; erano senza sale a dure come le pietre. II giorno dopo,
mentre mangiavamo le gallette ,la bocca si infiammb the non potevamo piu
masticare
a le bagnavamo net brodo the ci davano. La notte del Sabato santo
attraversammo il confine jugoslavo e occupammo una caserma abbandonata dai
soldati slavi; quella notte pioveva a faceva un freddo gelido, occupammo
la caserma a ci sdraiammo sulle brande per la stanchezza. Dopo mezz'ora
the ci eravamo addormentati, saltammo dalle brande per i pidocchi the si
erano infiltrati nelle nostre maglie a mutande di lana the erano verdine e
i pidocchi erano dello stesso colore. Erano cosl grossi the avevano il
codino ed erano cost affamate the si attaccavano come piattole. E da
quella notte non si poteva piu riposare. La mattina del Sabato Santo il tenente
Molinari fece I'adunata del primo plotone comando. Ci diedero quattro
bombe a mano a pallottole in canna per andare a togliere le mine da un
ponte minato. Fu cost the ci inoltrammo nella boscaglia con grandi alberi,
abeti colossali, a quella fu la seconda marcia di 45 km. II giorno di
Pasqua fu la terza marcia di 40 km a siccome era giorno di Pasqua, la
nostra cucina da campo si ferma per fare la pasta asciutta. Nella grande
boscaglia la pasta asciutta, cucinata alle ore 9 della mattina arrivb alle
3 di pomeriggio. Pensate un po come era diventata: la pasta cotta si tagliava come la
ricotta, ma la razione per ognuno di not era appena di 5, 6 cucchiai. Dopo
ognuno di not si correva a raschiare le marmitteper la fame. E cost giorno
dopo giorno le marcie erano sempre piu pesanti, ognuna di 40, 50 km al giorno. La mattina del giorno 20
incomincia a nevicare a non la finiva mai. Si dormiva seduti sullo zaino a
il pastrano era diventato tutto un pezzo per il forte freddo gelido. I
viveri non arrivavano nella nostra cucina a non ce n'erano piu di scorta. Dopo una lunga marcia, stanchi a assiderati
dal freddo, a sotto la neve, il comandante fece fare I'adunata a ci fece
I'elogio per il nostro comportamento. Pero bisognava fare qualche
sacrificio. Cosi chiamb il nostro cuciniere a chiese quanto riso avevamo.
II cuciniere prese un sacchetto a to mostro: era appena un chilo. II
capitano disse: «Ragazzi bisogna the ci arrangiamo, la guerra ~
sacrificio a not dobbiamo sacrificarci per la Patria». Cosl il nostro
sacrificio era pesante, il cibo era poco, quasi niente. La neve, il freddo
e i pidocchi mangiavano il nostro sangue. Eravamo pieni di scabbia.
Notizie dalle nostre famiglie arrivavano con molto ritardo a [cancellatel
dalla censura. La vita diventava piu triste the mai. Finalmente arrivammo ad un paese
chiamato Smrec. Erano le due di notte a ognuno di not cercava qualche
posto dove dormire: chi nei fienili, chi nelle stalle, chi nelle baracche,
riuscimmo a trovare posto per tutti. La mattina, suonata I'adunata,
prendemmo un po' di acqua color caff~, e, dopo, il sergente ci disse di
andare a lavare la biancheria sporca. Per fortuna a pochi metri scorreva
un piccolo ruscello. L'acqua era freddissima; pensate the cosa potevamo
lavare con quell'acqua a senza sapone. Io fui fortunato. Mentre stavo
lavando sopra un sasso, battendo la biancheria, a pochi passi c'era una
ragazza the stava seminando le patate. Poteva avere 18, 19 anni. Io,
finito dilavare la biancheria la misi ad asciugare a mi avvicinai alla
ragazza. Ella mi guardb per un attimo a continub a lavorare. Io non feci
altro: presi la zappetta a mi misi anch'io a seminare le patate. Dopo poco
tempo arrivb la madre con un paniere di letame the metteva come concime.
La figlia la chiamb. Parlarono tra loro a vidi la donna prendere la mia
biancheria per portarsela a casa sua. Io dissi, facendo segnali, the era
sporca di pidocchi, ma lei fece cenno di aver capito. Verso le 10 venne
con un bel cesto pieno, mi chiamb a mi invitb a sedere a terra, mise una
piccola tovaglia a mi offrl pane con salciccia, formaggio, prosciutto a
grappa. Dopo aver mangiato, mi misi di nuovo a seminare le patate a da
quel giorno uscivamo assieme a andavo sernpre a mangiare a casa sua. AI
momento di rientrare in Italia quella ragazza piangeva, mi abbracciò cosl
forte a fece piangere anche me. Lei si chiamava Doring Olga.
Rientrati in Italia ci accampammo a Villa Nevoso e ci fecero lo
spidocchiamento, ci rasarano a zero i capelli, bollirono tutta la
biancheria, insomma una specie di quarantena. 111942 partimmo per la
Sicilia a 11 si lavorava facendo fortini sulla costa del mare, articolati
eccetera. Il
9 aprile ci fu un forte bombardamento the distrusse metA Trapani. La
mia compagnia era accampata a Paceco a andammo a salvare da sotto le
macerie molti feriti. Io, con altri compagni, salvammo una bambina di
dieci anni a io personalmente la madre a la portammo sulla nave
ospedaliera. Quella donna, quando guarl mi venne a trovare, mi strinse
forte al cuore a mi ringrazib. 119 maggio mi trovavo a Palermo, al porto,
a stavamo caricando due carrion di cemento quando arrivaronocentinaia di
bombardiere americane. Oscurarono il cielo e la gente scappava senza saper
dove andare. II bombardamento fu fatto a tappeto.
Il
19 luglio Mussolini lascia il comando dell'esercito e tutti i monumenti
furono distrutti e i quadri incendiati.
A fine Luglio sbarcarono gli americani. Noi incominciammo la grande
ritirata. L'11 agosto 1943, dopo una lunga marcia a piedi, arrivammo sulle
montagne di Messina. Erano le due di notte, to stretto ci pareva un
inferno: aerei the bombardavano, la contraerea the sparava, le navi the
bruciavano. Sembrava un rogo. La mattina dell'11 agosto ci imbarcammo
sulla nave, ma subito suonb I'allarme: di nuovo gli aerei americani
bombardavano. Molti di not si buttarono in mare per la paura. Finito il
bombardamento, la nave part] a sbarcammo a Villa San Giovanni. Da Villa
San Giovanni fino a Sibari ce la facemmo a piedi a qui ci fecero salire
sui carri-merci dove si caricava la breccia. Arrivammo a Gioia del Colle a
chiesi al mio capitano se mi mandava a casa, perchb non venivo in licenza
da due anni. Mi diede 12 ore di permesso a questo era il 7 Settembre 1943.
Dopo 12 ore ripartii, raggiunsi la mia compagnia a Borgo San Paolo per
raggiungere il fronte russo. Ma il giorno 8 settembre fu dichiarato I'armistizio,
tutti gli italiani gridavano per la gioia the la guerra era finita, ma non
fu cosl. Badoglio, maresciallo d'Italia, prese il comando dell'esercito
italiano. Mussolini fu arrestato e imprigionato nel carcere del Gran
Sasso.
La resistenza
La sera del 10 Settembre 1943 stavamo prendendo il rancio. II nostro
capitano Arnaldo Giacalone ci radunb tutti a ci disse: «Ragazzi il re b scappato
giu a Brindisi, I'esercito non c'b piu, voi tutti armatevi a combattete contro i tedeschi e i fascisti the sono
alleati a traditori». due giovani legati ad un albero the piangevano. Io mi avvicinai a chiesi
chi erano, da dove venivano a se erano fascisti. Loro negarono tutto
questo. II nostro colonnello a il maggiore Il volevano fucilare perch6
potevano essere delle spie fasciste, perch6 furono trovati con le pistole
addosso. Loro parlavano siciliano, cosl chiesi ai miei superiori di essere
clementi a di assumermi tutta la responsabilita verso di loro. Li presi
con me e, per tenerli sotto controllo, Il nominai cucinieri.
Arrivò I'inverno, il freddo a molta neve. Noi fummo costretti a
nascondere le armi piu
pesanti,
mitraglie eccetera. Io nascosi le armi sotto un porticato mettendole sotto
terrra ma, per essere piu sicuro, la notte stessa le andai a nascondere in un'altra parte da solo.
La notte di Capodanno stavamo festeggiando a Lequio assieme ai borghesi:
si ballava a si cantava a si beveva. La mattina dopo quei due non c'erano piu. II giorno 9 gennaio 1945 arrivarono cinque carrion di
fascisti per prendere le armi the io avevo nascosto. Non le trovarono.
Andarono al comando a fecero prigionieri il maggiore Ned, il tenente
Franco a I'autista, Ii portarono a Cherasco a subito li fucilarono. Solo
I'autista rimase salvo. Noi mandammo il prete del paese a parlamentare col
comandante, il colonnello Colombo, a lui ci chiese in cambio due
prigionieri tedeschi. La notte precedente ci appostammo sulla strada tra
Alba a Bra, tagliammo un palo, to legammo ad un altro palo del telefono a
11 passsammo tutta la notte. II freddo era gelido, faceva rabbrividire le
ossa, il vento soffiava forte. Per not quella notte fu una lunga notte.
Non passava mai. Si sentiva solo il frusclo the faceva muovere i rami
degli alberi a not si pensava al nostro partigiano. Manessuna macchina si
sentiva. Nei nostri cuori c'era tristezza. L'alba era vicina. II sole tra
le nubi era anche lui triste, ma ecco the sentimmo un rumore the piu
si
avvicinava piu si distingueva: era il rumore di una macchina, a
difatti era una macchina tedesca. Appena arrivb vicina, tagliammo la corda
the fece cadere il palo the blocca la strada. La macchina si ferma a noi,
con i mitra spianati, facemmo prigionieri i due ufficiali tedeschi e I'autista.
Li portammo a Cherasco. Chiedemmo del comandante a cosi avvenne to scambio
dei prigionieri. Fu cost the salvammo il nostro partigiano. Pero a not non
sfuggiva niente. Quelli the non avevo fatto fucilare, the avevano fatto
fare prigionieri il maggiore a il tenente, stavano a Cherasco nelle
brigate nere a bisognava prenderli. Cosl preparai un piano per prenderli
prigionieri. Noi a Lequio conoscevamo una bella ragazza bionda, si
chiamava Gina. Chiesi a lei di collaborare con not e se era disposta ad
andare a Cherasco per agganciare uno di quelli. La ragazza to conosceva a
accettb il rischio the correva, difatti si mise in cerca di lui a Cherasco
nell'osteria. Dopo una settimana si incontrarono a ballarono assieme
facendolo illudere the to amava. Quando vide the era pronto per portarlo
fuori, venue da me dicendomi the per la sera dopo to avrebbe portato
lontano dal paese, cosi to potevamo prendere. Quella sera to fece
ubriacare a to condusse lontano dove aspettavamo not e, con un abbraccio a
baci, to prendemmo prigioniero, to portammo a Lequio. LI c'era una piccola
piazzetta con un albero di quercia al centro, to legammo all'albero a 11
fu condannato a morte...
Oltre i fascisti c'erano i tedeschi a fare la guardia al ponte the
attraversava il fiume, la Stura, the collegavaCherasco a Monchiero. I
tedeschi avevano progettato di requisire tutto il raccolto a il bestiame
agli agricoltori per mandarlo in Germania. II maggiore Mauri si mise in
contatto con il nostro comando, dicendo di far saltare il ponte per
impedire the portassero via tutto prima, perchb non andasse a finire in
Germania a poi perche avevamo bisogno noi. Cos) di notte si andd giu al
fiume. Quattro di noi uccisero le due sentinelle tedesche the erano di
guardia a gli altri prepararono le cariche attorno alle arcate the
reggevano il ponte. II ponte era abbastanza lungo. Preparammo delle bombe
nei buchi delle colonne, le collegammo sulla strada, ci mettemmo molta
balistite per quasi cento metri di lunghezza a I'accendemmo. Scappando via
di corsa ci buttammo di pancia per terra per to scoppio the doveva fare.
Quando la miccia fu accesa fece un grande bagliore e poi un grande
scoppio. In quell'istante tutta la terra tremb. Tre arcate saltarono in
aria. La mattina dopo i tedeschi presero tutti gli uomini di Cherasco a
persino il prete per far ricostruire il ponte in legno, ma not to
incendiammo per due volte a cosl rimase solo una passerella per poter
passare a piedi. Poi segul il ponte di Polenzo sul Tanaro, poi la galleria
ferroviaria di Dogliani, facendo bloccare Il treno sotto la stessa
galleria. Dopo fu la volta del comando della milizia ferroviaria the stava
ad Alba. Mandammo il prete a dire di lasciare via libera per I'intero
giorno. II giorno dopo arrivb un treno blindato da Torino vicino alla
stazione di Alba. I fascisti fecero un cordone, tutti armati fino ai
denti, per paura the not aprivamo il fuoco. Noi, in borghese guardavamo i
loro movimenti. Poco prima the il loro treno blindato partisse con tutta
la roba the avevano caricato, noi li andammo ad aspettare alla stazione di
SommarivaBosco. Era 11 the doveva fare coincidenza con il treno passeggero
the veniva da Torino. Facemmo scendere tutti i passeggeri dal treno
aprendo il fuoco. Noi eravamo dieci partigiani a concentrammo il fuoco in
tutte le direzioni con due mitraglie the avevamo. Dopo un'ora di
combattimento, bisognava vedere come quelle carogne fasciste lasciavano le
loro armi a scappavano spogliandosi delle loro divise a not ridevamo per
la soddisfazione della vittoria. Ci portammo via tutto il bottino di armi
e munizioni a subito dopo facemmo partire il treno.
La guerra partigiana è stata una guerra fratricida. Si combatteva
fratelli contro fratelli. E' stata una guerra sanguinosa, fino al punto di
uccidere il proprio figlio.
Una donna, squadrista a fascista, fece prendere suo figlio the era
partigiano. Era nella mia formazione, aveva 18 anni ed era un bravo
ragazzo. La mamma to fece arrestare dai suoi aguzzini fascisti e, legatolo
con una corda sulla sedia nella piazza di Cherasco, to fece fucilare. Noi,
dopo, to prendemmo a gli demmo sepoltura. Quella corda a quella fune la
conservammo a le demmo la caccia per piu
di
venti giorni. La prendemmo prigioniera e, con la stessa fune a sulla
stessa sedia a nella stessa piazza di Cherasco, la condannammo. I fascisti
erano troppo vigliacchi a traditori. Erano capaci di fare qualunque cosa
pur di riuscire a mettere la popolazione contro di not partigiani.
Erano vili perch6 si vestivano con le divise partigiane, saccheggiavano
le cascine, portando via il bestiame, frumento, dicendo the erano stati i
partigiani a fare auei misfatti a noi, per non macchiarci di quelle infami
azioni, fummo costretti a dare loro la caccia, prendendoli come
prigionieri a facendoli giudicare dal popolo. E cosl awenne. Per not
partigiani, i primi tempi, era difficile fronteggiare i fascisti e i
tedeschi con poche armi e mezzi, ma, in ognuno di not c'era to spirito di
volont~, coraggio, sdegno, giustizia, affinchè la nostra cara e
martoriata Patria fosse riscattata dal nazismo a dal fascismo. Si
combatteva per vincere a disarmare i nostri nemici e i nemici della della
nostra Italia, trascinata in un mare di sangue a di vergogna. Per i
fascisti not eravamo banditi a traditori ma, per il popolo italiano,
eravamo combattenti the si stavano riscattando per una Italia libera, dopo
un ventennio di didattura fascista the I'aveva portata alla rovina. Grazie
a not partigiani a agli operai the lavoravano nelle fabbriche, the si
astenevano sul lavoro riducendo I'attivb di costruzione dei carri armati,
cannoni, eccetera, si aspettava la nostra primavera per riprendere I'offensiva
per la battaglia finale. Ma bisognava aver pazienza.
La mattina del 10 settembre mi mando a chiamare il colonnello a mi disse
se volevo andare in azione sulla strada fra Molini d'Isola a Beneva Gienna.
Di 11 doveva passare un carrion tedesco the doveva essere guidato da un
autista in borghese. Questo era sernpre in contatto con il nostro comando
a aveva detto che, il giorno 14, doveva passare con un carico di armi a
munizioni e, nel punto in cui stavamo noi, io con quattro miei partigiani,
I'autista doveva rallentare a not avremmo preso tutto il carrion con tutto
il bottino. Quel giorno pioveva, era una pioggia settembrina. Noi, bagnati
fina alle ossa, aspettammo piu di tre ore quando a un tratto arrivo un carrion tedesco
coperto con il tendone. Noi, credendo the Posse il carrion the aspettevamo,
segnalammo con una raffica di mitra di fermarsi. II carrion si fermo. Ma,
invece di scendere I'autista the ce to doveva consegnare, uscirono dodici
tedeschi the subito si misero a sparare all'impazzata. Noi, presi di
sorpresa, fummo costretti a ripararci in un canale pieno di acqua. II
conflitto a fuoco per not era troppo pericoloso, perche eravamo in cinque
a le nostre armi erano leggere. Io avevo uno Stern automatico, uno aveva
un mitra a gli altri tre avevano i moschetti. Invece i tedeschi erano in
posseso di una mitraglia, uno sputafuoco a di fucili chiamati Tapun, the
erano armi micidiali perche le pallottole, quando ti colpivano,
scoppiavano nella ferita a ti squarciavano il corpo.
Visto il pericolo the si presentava per noi, mandai un mio partigiano a
chiedere rinforzi all'accampamento. Si sparo per piu di tre ore. Noi fummo costretti a star in quel canale
di acqua the ci arrivava fino al petto: pensate un po le nostre ossa come erano inzuppate! I nostri rinforzi
arrivano a io diedi ordine di accerchiare il carrion tedesco a far fuoco
finch6 non si arrendevano. Ma ! tedeschi, decisi, combattevano con
coraggio fino alla morte. Dopo una dura battaglia si arresero. Quando ci
avvicinammo erano rimasti solo tre vivi ma erano feriti. Io diedi ordine
di prendere le armi ai tedeschi morti, ma uno dei miei partigiani mi
grido: «Nino ,attento a quello!». Io mi voltai di scatto a vidi un
tedesco the mi stava puntando la pistola alle spalle. Quel tedesco,
nonostante the aveva una ferita al petto squarciato da una raffica di
mitra, voleva uccidermi. Io, visto il pericolo, gli tirai un calcio a gli
feci saltare la pistola che aveva puntato. Facemmo salire i tedeschi
feriti sul carrion e rientrammo nel nostro accampamento. I tedeschi Il
portammo al campo di concentramento the si trovava nelle alte Langhe,
nella zona chiamata Roccacilii'.
Nel mese di Ottobre rientravo da una azione con dieci
partigiani, quando incontrammo venti contadini piangendo the portavano ai
tedeschi le loro mucche requisite. Li fermai a chiesi loro dove portassero
quelle mucche. Quei contadini, gridando, mi dissero the erano state
requisite dai tedeschi a le andavano a consegnare. Mi feci avere i buoni
di requisizione dei tedeschi a gli feci un buono di requisizione nostro
dove si leggeva: «Comitato di Liberazione Piemonte, 12 brigata Bra,
Divisione Amendola. Comandante di distaccamento tenente Nino. Requisisco a
questi contadini le loro mucche. Firmato tenente Nino>>. Fu cosl the
quei poveri contadini tornarono con il loro bestiame alle loro case e il
giorno dopo andarono a consegnare al comando tedesco il buono the io avevo
fatto. Le loro mucche furono risparmiate.
Io, nel mio accampamento avevo due staffette. Erano due ragazze
partigiane: una si chiamava Vittoria e aveva diciotto anni a I'altra si
chiamava Gina di 20 anni. Era il mese di luglio a mi arrivarono delle
informazioni non precise the doveva esserci un attacco da parte dei
fascisti the stavano a Fossano. Io, per assicurami, mandai a Fossano la
nostra staffetta Gina per vedere di persona quello the stavano preparando
i fascisti. Si prese la bicicletta a ando con I'ordine di rientrare la
sera o la mattina dopo. Essendo lei di Fossano poteva dormire a casa sua.
Ma passarono sei giorni a non tornava ancora. Io ero preoccupato a decisi
di mandare Vittoria. Vittoria, I'altra staffetta, vide the Gina
passeggiava con un tenente dei fascisti. In quel momento ebbe paura ma si
fece coraggio a si avvicinb a loro. Gina, quando la vide, I'abbraccib a le
presenta il tenente, dicendo the era il suo fidanzato. Vittoria capl
subito the Gina era passata dalla parte dei fascisti a per sapere tutto
quello the stava per succedere, disse the anche lei era scappata. Gina
disse the aveva fatto bene: con i fascisti si stava piu sicuri a ci si poteva divertire. Vittoria riusci a sapere da Gina the una
compagnia di fascisti dovevano venire ad attaccarci di sorpresa a
distruggerci. Vittoria , dopo aver sentito quella brutta notizia, non
vedeva I'ora di separarsi dalla compagna.
Appena si lasciarono, con la bicicletta rientro subito da not dicendoci
quello the stava per accadere. Subito informai il comando a chiesi altri
rinforzi a preparammo una bella sorpresa. Ci appostammo a forma di cerchio
per tutta la notte e, quando la mattina all'alba arrivarono, fummo not ad
attaccare e a fare fuoco per primi. La battaglia fu aspra a durd piu di due ore. Ci furono molti morti da parte nostra ma
furono di piu
da
pane loro. Gli altri si arresero. Assieme ai prigionieri c'era anche la
nostra Gina the aveva guidato i fascisti da noi. I prigionieri fascisti Ii
portammo al campo di concentramento the si trovava a Roccacilie a la
nostra staffetta, the ci aveva tradito, fu fucilata per alto tradimento a
[a deciderlo] fu il tribunale di guerra, costituito dal Comitato di
Liberazione.
Un mio partigiano era siciliano. Era della provincia di Palermo. Era
sposato, aveva due figli e, quando mi parlava, mi diceva
sempre: «Nino, cosa mi dici, sopravviveremo? avremo la fortuna di andare
di nuovo a casa? vedra i miei figli a mia moglie?» Mentre pronunziava
quelle parole, gli occhi si riempivano di lacrime a alla fine gridava: «Perch6
succede tutto questo? the colpa abbiamo noi? maledetti Mussolini, Hitler a
la Repubblica di Salb». Quello fu I'ultimo sfogo the fece con me. II
giorno dopo a Carru, un piccolo paesino, si teneva il mercato a dalle
cascine andavano a vendere polli, conigli, frutta, uova, eccetera. Bruno
anda a vedere il mercatino per curiosare e, mentre perdeva tempo seduto
davanti ad un piccolo caff6, arrivarono due carrion di Brigate Nere the
circondarono la piazza a fecero rastrellamenti di giovani. II mio povero
partigiano Bruno, the tanto aspettava per vedere la sua cara famiglia, fu
fatto prigioniero assieme agli altri. Lui andava armato a con il
fazzoletto al collo da partigian. Fu condannato a morte. La morte fu
brutale: fu portato a Cuneo, to misero di traverso sul binari della
ferrovia a fecero passare la locomotiva sul suo corpo, facendolo in tre
pezzi.
Le persone che assistettero a quella barbara
morte, quando i fascisti andarono via, raccolsero il corpo pieno di
sangue, to misero in una coperta a to portarono al cimitero. Quel povero
partigiano, the sperava tanto di vedere la sua cara famiglia, non I'ha piu vista.
II mio colonnello mi mando ad Asti per compiere
un'azione segreta. Andai in borghese con documenti falsi a la pistola,
mentre cani a autoblindate fasciste facevano rastrellamenti di giovani. La
gente, quando vedeva i fascisti fare rastrellamenti, scappava per non
essere presa. Io, visto il pericolo, presi la pistola e la buttai in un portone. Fui
preso anch'io. Quel giorno ne presero una cinquantina: tutti giovani di
16, 18, 20 anni. Ci portarono in una caserma dove c'erano prigionieri
borghesi. La mattina dopo ci fecero mettere in fila a il loro comandante
con altri fascisti Ettoremuti, cosl veniva chiamato quel reparto
[portavano la testa della morte sul berrettol, ci dicevano di aprire le
mani per vedere chi le aveva incallite dal lavoro a chi non le aveva.
Quando arrivarono a noi, vedendo le mie mani senza calli, mi disse il loro
comandante: « Tu sei bandito». Io gli risposi the ero da una famiglia
the mi ospitava a lui mi disse di nuovo the ero un bandito. Cos] mi
rinchiusero. La mattina dopo, all'alba, si sentiva la mitraglia the
fucilava quei poveri giovani innocenti. Dopo una settimana di prigionia
rimanemmo in pochi. II giorno seguente al cambio di guardia, venne Il capo
posto the dava il cambio. Ci chiamb a sottovoce ci disse the la mattina
dopo ci dovevano fucilare. Pensate un po il pianto di quei giovani
the gridavano: «Siamo innocenti. Non abbiamo fatto niente. Aiutateci!».
Io dissi di stare zitti. Dopo un po' venne di nuovo il capoposto. Ci
chiamb in silenzio a ci disse the era stufo a stanco di tutto quello the
stavano facendo quei fascisti, a disse: «Tenetevi pronti, al cambio di
guardia vi faro scappare via». E cosl fu. All'una di notte venne, aprl la
porta della nostra prigione a scappammo via, a lui con noi. Non facemmo
un'ora di cammino the diedero I'allarme con le sirene a not correvamo
all'impazzata. La mattina, all'alba, stanchi ci riposammo in un campo di
grano turco a per sfamarci ci nutrimmo di grano turco. Per una settimana
camminammo sempre di notte a il giorno ci si riposava. Arrivammo al fiume
chiamato la Stura ci fermammo gridando "siamo salvi" a
rivolgendomi agli altri dissi: «Ragazzi, io sono un partigiano, da quella
parte c'i' il mio accampamento. Chi vuol venire con me deve combattere i
fascisti e i tedeschi».
Fu così che il capoposto the ci aveva salvato fu anche lui partigiano
Garibaldino. Fu fatto prigioniero e, per non essere fucilato, dovette
arruolarsi con i fascisti. Cosl tre giovani se ne vennero con me a due se
ne andarono con lui. I fascisti, quando facevano i rastrellamenti, tutti i
giovani the prendevano dovevano aderire alla lotta contro i partigiani a
formavano dei reparti chiamati i Cacciatori degli Appennini. Quando
venivano a combattere contro di noi, gli davano in dotazione un gancio,
come quello dei macellai, con la fune lunga tre o quattro metri. E, quando
facevano prigioniero qualche partigiano, to impiccavano conficcando il
gancio nella gola a to appendevano all'albero. La piccola cittadina Bene
Vagienna, the era in zona paritigiana, la saccheggiarono due volte a due
volte fu incendiata per vendetta.
L'inverno del 1945 fu un inverno duro per noi. La neve ci fu contraria
perch6 non ci potevamo muovere ed eravamo costretti a dividerci per
piccoli gruppi di tre o quattro persone. La temperatura era rigida a il
freddo penetrava nelle ossa, eppure bisognava resistere e combattere e,
not partigiani in montagna, si aspettava la rossa pimavera per la grande
offensiva finale decisiva. II comitato Piemontese, della Lombardia, del
Veneto, della Liguria stavano in- contatto con noi, con le brigate
Garibaldine, con le formazioni di Giustizia a Liberty e con il Corpo
Volontari della LibertA.
Il tempo passava a la primavera era vicina. In tutte le formazioni
partigiane si sentiva avvicinare I'ora della riscossa. La sentivamo nella
nostra anima a ci sentivamo piu forti, piu
allegri
a anche la popolazione sentiva gioia. Era arrivata I'ora del riscatto, I'ora
di cacciare via I'invasore tedesco a punire i traditori fascisti,
servitori e spie dei tedeschi: Fu cosl the tutti i comitati di liberazione
diedero ordine a tutte le formazioni partigiane di prepararsia tenersi
presenti per I'attacco decisivo per liberare I'Italia dalla schiavitu
nazista a fascista. 1123 Aprile tutte le formazioni partigiane scesero dai
monti attaccando I'invasore tedesco a gli aguzzini fascisti. Nella citta
di Torino si combatteva casa per casa. Gli operai delle fabbriche
incrociavano le braccia e, con le armi the avevano nascosto, insorsero a
fianco dei partigiani. II popolo gridava: «siamo liberi, 6 finita la
schiavitu nazista a fascista». Fu cosl the il grande esercito tedesco si
arrese a not partigiani. [A Torino] I rinnegati fascisti si nascondevano
nelle fogne per non essere presi, ma dopo, erano costretti a uscire e a
essere fatti prigionieri. Ecco perche il partito comunista gridava nelle
dimostrazioni: «Fascisti, carogne, uscite dalle fogne». Con la mia
formazione facemmo prigionieri un reparto di brigate here a Beneva Gemma a
furono rinchiusi nelle scuole e tutta la popolazione li sputava sul viso,
tirava sassi. Un mio partigiano, the era di Andria mi disse: «Comandante
Nino, vieni, ci sono due fascisti. Uno di loro si chiama come to
Cornacchia ed a di Altamura". Andai cosl nella scuola e i due prigionieri si
presentarono a piangendo mi chiesero di farli salvare. Io chiesi da quanto
tempo erano nei repubblichini fascisti a loro mi risposero: <<Da
dieci mesi». Io risposi: «E voi in dieci mesi non avete avuto I'opportunita
di scappare? V'e piaciuta
la vita comoda a ben pagata mentre gli italiani soffrivano, ve ne siete
fregati».
Loro mi supplicarono,chiedendomi che fossero risparmiati alla fucilazione. Mi recai dal mio
colonnello, il quale mi disse the per il momento dovevano andare nel campo
di concentramento a poi avrebbero deciso i Comitati di Liberazione. Dissi
ai due prigionieri come stavano le cose. Il 10 luglio del `45 potetti
venire a casa. Allora gli autotreni incominciarono a viaggiare dal sud al
nord, a chiesi un passaggio ad un camionista the andava a caricare il vino
a Lecce. Cosl salii a cassone sulle botti di vino a scesi a Bari. Da Bari
venni a casa in treno. II cuore del partigiano 6 troppo buono. Io, appena
arrivai ad Altamura, mi recai alle case dei due prigionieri, chiesi le
loro fotografie per essere sicuro the fossero loro. Dissi ai famigliari
the erano vivi, ma erano prigionieri perchè avevano combattuto con i
fascisti a se avevano qualche conoscenza forte per poterli salvare. Io
dissi the dovevo ritornare nella mia formazione per sistemare la mia
posizione di partigiano a avrei visto di convincere il mio colonnello. Poi
dissi: ((Se voi andate dal Conte Pasquale Sabini, the ~ un monarchico, una
parola il Conte a un convincimento da parte mia potevano essere salvati».
Appena tornai al mio reparto mi recai dal colonnello pregandolo di nuovo
di risparmiare la loro vita.
II mio colonnello mi assicurò che avrebbe salvato
loro la vita. Quando tornarono a casa solo uno di loro
venne a rigraziarmi: quello col cognome Cornacchia. L'altro I'ho
incontrato parecchie volte a mi ha sernpre guardato con indifferenza a
questo era soprannominato Piscianterra o si chiamava Sciananteno. Questa
è la riconoscenza che ho avuto da quel fascista.
Tutto questo è il mio diario della lotta
Partigiana.
Michele Cornacchia
BIOGRAFIA DI MICHELE CORNACCHIA
Nasce ad Altamura I'11 Settembre 1919 da Nicola, coltivatore a impegnato
nel partito di Pasquale Caso, a da Vittoria Melodia. Frequenta la scuola
elementare IV Novembre. II 20 Marzo 1940 parte per la leva, destinazione
Torino I° Genio. Dopo il giuramento parte per il fronte francese come
soldato semplice a in seguito per quello jugoslavo. Nel 1942 è
in
Sicilia. II 10 Settembre è impegnato in prima linea nella lotta partigiana come
comandante di distaccamento del 12 brigata Bra, divisione Amendola, nome
di battaglia Nino, nel Cuneese.
Dopo la guerra è attivista del P.C.I, membro del direttivo stampa a
propaganda. Nel 1949 viene arrestato per affissione di manifesti e per I'occupazione
delle terre in contrada S. Giovanni. Dopo la scissione del P.C.I ha
aderito a Rifondazione Comunista.
AI partigiano Michele Cornacchia va il sincero ringraziamento di tutto il
circolo del
Partito della Rifondazione Comunista
di Altamura.
Da quel momento incomincib una seconda guerra, la guerra del fronte della
Resistenza. I fascisti e i comandi tedeschi fecero subito un decreto e,
tramite i manifesti, ordinarono the tutti gli sbandati the non si
presentavano ai rispettivi comandi tedeschi o fascisti dovevano essere
fucilati, a the tutte le famiglie the davano asilo agli [stessi] sbandati
dovevano essere fucilati, a bruciate le cascine con tutto il loro
bestiame. Ma nonostante tutto la popolazione ci aiutava, continuava a
darci da mangiare e a vestire in borghese. Su in montagna si formarono
subito le formazioni partigiane: la quarta armata dell'esercito si
trasformb in Brigate Garibaldine, altre formazioni presero il nome di
Giustizia e LibertA, Corpo Volontari della Liberty. Sui colli delle Langhe
si formarono le formazioni Badogliane a cui appartenevo. Io perb,
distaccato da quelli del maggiore Mauri, appartenevo alla Brigata Bra
divisione Amendola, comandata dal Capitano Dellarocca, il maggiore Neri,
il colonnello Gancia. Come comandanti di distaccamento Ciccognini a il
tenente Franco. A me, dopo tante azioni di combattimenti portate a termine
con grandi vittorie, diedero il comando di un distaccamento di 36
partigiani. La nostra zona comprendeva Fossano, Alba, Bra, Bene Vagienna,
Carru, Piozzo, Dogliani, Farigliano, Cherasco, Lequio. Narzole. Monchiero.
Sommariva del Bosco.Clavesana,
Molini d'isola, Mondovl eccetera. II mio accampamento era a Costamagna. II
nostro comando si trovava a Narzole, dopo I'avevo a Podio. Per non essere
presi dai fascisti ci spostavamo con i nostri distaccamenti ad evitare
brutte sorprese, perb eravamo costretti a dormire isolati, uno o due per
parte, per di piu nei cespugli nascosti. La meta di ottobre del 1943 gli
americania gli inglesi ci mandarono, con lunghi paracaduti, armi,
munizioni eccetera. II lancio fu fatto alle ore due del pomeriggio a
quello fu uno sbaglio perche da Mondovl, dove c'erano le brigate nere al
comando del maresciallo Graziani, videro tutto. II giorno dopo ci
attaccarono in grande stile con carri armati tigre, the avevano in
dotazione dai tedeschi, a con tutte le loro forze per impossesarsi delle
nostre armi. Certo ci fu un forte combattimento da tutte a due le parti,
ma noi, pur essendo senza automezzi pesanti a senza carri armati,
resistemmo per non far prendere le armi ai fascisti. Ci furono grosse
perdite da parte nostra, nel senso the si' pensava a nascondere tutte le
armi, munizioni, eccetera, scavando fossati per nasconderle.
Cosl ci fu uno sbandamento da parte nostra per una ventina di giorni,
perb si combatteva sempre. Noi avevavamo al centro della nostra zona un
campo di concentramento, dove avevamo prigionieri i tedeschi a fascisti, e
quella borgata si chiamava Rocca Cilia. In quella battaglia i prigionieri
the avevamo scapparono a due di quei fascisti furono presi dai miei
partigiani. Loro andavano in giro in borghese con un maglione nero a
avevano addosso la pistola. Furono portati al nostro accampamento. Io non
mi trovavo 11 perche ero andato con i miei uomini in azione. Quando
rientrammo, vedemmo questi
Nota di trascrizione
II
testo scritto in maniera abbastanza chiara a praticamente non comporta
difficolta di lettura. Ci sono alcuni problemi per quanto riguarda I'interpunzione,l'ortografia
a alcune ripetizioni. Ho fatto qualche intervento in deroga alla totale
fedelta di riproduzione dell'originale, che ho scelto come criterio. Per
il resto ho riprodotto inflessibilmente il testo.
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