CONOSCERE GRAVINA   Dott Prof Ciro Roselli cultura
  
STORIA La provincia di BARI

 GEOGRAFIA   TURISMO HOME   

                        GRAVINA IN PUGLIA

 

Archeologia  

VIDEO:Botromagno.WMV

FIERA SAN GIORGIO

                                                           

   In un contesto storico e sociale in continua evoluzione, tecnologica  e non, la scuola non deve certo essere “colta di sorpresa”, anzi, per la sua stessa essenza, deve mostrarsi pronta a cogliere i cambiamenti, a comprenderli, a spiegarli e, per quanto possibile, indirizzarli. E’ compito di chi professionalmente opera nell’ambito di essa far si che ogni singolo utente scolastico possa prepararsi a vivere, come persona prima e come individuo inserito nel mondo del lavoro poi, con il massimo delle cognizioni di qualsiasi natura. Durante questo anno scolastico, nella predetta ottica, anche per la sensibilità del titolare di questo sito, si è pensato di realizzare un ipertesto che avesse come oggetto il nostro paese e il territorio in cui è localizzato. La finalità della 2^ D , IPSIA "DE NORA" indirizzo alberghiero di Altamura, è quella di presentare e far conoscere Gravina utilizzando appunto le moderne tecnologie. Naturalmente non ci dispiacerebbe che quanto realizzato possa essere oggetto di un interesse più generale e, perché no, una sorta di invito ad ampliarlo e perfezionarlo.

ARCHEOLOGIA

  Il territorio di Gravina, essendo ricco di storia remotissima, possiede molte zone archeologiche che hanno dato e continuano tutt’oggi a dare alla luce resti e testimonianze di epoche che vanno dalla preistoria ai tempi più recenti. Le più ricche e fruibili sono le zone di Petramagna o Botromagno (VIDEO Botromagno.WMV) e della “Gravina”, con i focolai preistorici, le magnifiche tombe e le costruzioni classiche, neoclassiche e medievali, venute quest’ultime alla luce, in sovrapposizione, negli scavi effettuati dal 1980 al 1983 dall’equipe dell’Accademia Britannica di Roma diretti dal dott. J.D. Wilkius e dott. E. De Juliis. L’antico insediamento sorgeva sul colle Botromagno lungo la strada che era la via Appia; originariamente ebbe il nome di Sidion, di estrazione greca e Sidini erano chiamati i suoi abitanti, come testimoniano alcune monete conservate nel nostro Museo “E.P. Santomasi”; ciò attesta che Gravina fu una colonia greca che assunse il nome di Silvium successivamente quando fu colonizzata dai Romani. I reperti rinvenuti dagli scavi archeologici sono di varia natura, foggia e qualità e molti di essi sono conservati nel Museo Archeologico di Taranto. Gli oggetti più significativi sono quelli in ceramica di ogni epoca e stile: indigeno (tra la fine del VII sec. a.C. e l’inizio del III); a figure rosse (tra il V e il IV sec. a.C.); tipo Gnatia (tra il IV e il III sec. a.C.). Nel 1988 e ’89 dalla Cooperativa “Petra Magna” di Gravina, che collabora con la Soprintendenza Archeologica della Puglia, fu portata alla luce la necropoli del “Padre Eterno” ai piedi della collina di Botromagno. Furono recuperati centinaia di reperti di corredo funerario, tra i quali: un cinturone di bronzo, un pendaglio di ambra, alcune armi in ferro, diversi crateri a figure rosse. Sulla collina di Botromagno oltre a tombe e resti di insediamenti sono stati trovati utensili di uso agricolo e domestico, amuleti, monili di epoca protostorica, greca e romana; relative a questi ultime due epoche sono state rinvenute nella stessa località, sia in ripostigli sia nel terreno, numerosissime monete.

l ponte - viadotto è situato sul burrone "La Gravala" che collega il centro abitato alla zana del Padreterno e olla collina di Botromagno, da sempre sit i di insediomenti mali; fu fatto costruire intorno al 1734 dal duca. Domenico Amedeo Orsini per servire la città di un acgdedotto e sicurarnente roche per creare un'uscita ed un' entrata dalla porte sud - est della città abitata nella porte rupestre.

  VIDEO.WMV

VIDEO Botromagno.WMV

San Michele alle Grottechiesa-grotta situata in fondo al rione. " Fondovico"  È una struttura complessa con planimetria a ventaglio cm molti absidi. E cavata nel tufo su roccia più dura La chiesa è divisa in 5 navate da 14 pilastri quadrangolari  che reggono la volta luci ed aria provengono dalle finestre che originariamente erano oculi. Questa chiesa è stata meta di pellegrinaggi in quinto ci sino 3 altari latini con le statue: San Michele in pietra del Gargano al centro e quelle di San Gabriele e San Raffaele ai due loti. Nella prima abside a sinistra si nota la porte superiore dell'affresco, raffigurate il Cristo benedicente della Grecia cm libro e malto purpureo, ai suoi lati soro ben conservati due volti: a destra quello di 5m Michele, a sinistra quello di Sm Paolo. Ogni anno, l'8 Maggio a Gravina si festeggia la festa di San Michele delle grotte e alla grotta accedono molti visitatori.

San Vito Vecchio, chiesa-grotta, situata in via  Fornaci ora può considerarsi solo cane struttura orchitettonica. visi accede da un ingresso ad arco, cm of lati 2 piccolissime aperture. Quando venne sconsacrata fu utilizzata come cisterna e deposito di paglia Nel 1956 gli affreschi furono staccati dalle unidi pareti e restwrat i; dal 1969 sono conservai i e ricomposi i nella forma del sito originario nel museo della Fondazione "Ettore Pomarici Santomasisi" di Gravina L'abside centrale racchiude il Cristo in trono benedicente, circondato da 4 «geli; sulle pareti laterali in tante arcatelle ritroviamo numerosi Santi.

 

                                                                                                      STORIA

   VIDEO : origini.WMV

La città di Gravina è ricca di importanti testimonianze dell’antichità, infatti ha conosciuto tutte le tappe pù importanti della storia del mondo e degli uomini, dalla preistoria ad oggi. Il “locus” Gravina fu abitato dall’età del Neolitico intorno al 5950 a.C. I preistorici gravinesi furono agricoltori ed allevatori prima e artigiani poi. Ebbero un’economia all’inizio primitiva, col tempo più evoluta; abitavano grotte, anfratti naturali, ecc. I toponimo Sidion, Silvium, Petramagna, Botromagno e i nomi degli antichi indigeni Peuceti, Sidini, Silvini dimostrano che la città subì la colonizzazione greco-orientale, come testimoniano i corredi funebri. Fu anche un corridoio che collega il Tirreno all’Adriatico e ricevette l’immigrazione e l’influsso dei Romani. Con quest’ultimi acquisì maggiore importanza e venne a trovarsi sull’antica Via Appia divenendo centro di scambi e di incontri e si incrementarono gli insediamenti rupestri (Pagus - Piaggio, Vicus - Fondovico). In seguito con la caduta dell’impero Romano d’Occidente, Gravina e il Sud passarono sotto la dominazione bizantina dopo invasioni da parte di Saraceni, Vandali e Longobardi; i Bizantini seminando morte e terrore tra gli abitanti li costrinsero a rifugiarsi nelle grotte naturali lungo il costone del torrente “La Gravina”. Solo dal VI sec. incominciarono ad innalzare delle costruzioni in pietra che furono il nucleo della civitas gravinae.
Nell’ XI secolo fu occupata dai Normanni e in un primo tempo fu feudo degli Altavilla, poi seguì Federico II di Svevia che ebbe una predilezione per la città, infatti la elevò a sede della curia generale di Puglia e Basilicata e fece costruire un castello come sede di caccia, essendo Gravina ricca di selvaggina e circondata dai boschi. Agli Svevi successero gli Angioini che non migliorarono la situazione di Gravina ritenuta sempre e solo un granaio da cui rifornirsi di grano, di cereali, vino e olio, risorse ancora oggi presenti nel paese; infatti lo stemma e il gonfalone della città, bipartiti in due campi, hanno come simbolo a sinistra tre spighe di grano e a destra un tralcio di vite con pigne di uva nera.
 
 IL CASTELLO SVEVO
Dopo la visita dell’imperatore Federico di Svevia alla città di Gravina, egli ordinò all’architetto Fuccio  di costruire presso Gravina un robusto “parco per l’uccellagione”.federico era un appassionato cacciatore, specialmente dedito alla caccia con falcone di cui era riconosciuto un grande esperto.Accanto al parco  che sorgeva su di una collina fu costruito un edificio che serviva come vedetta per la città che era situata nella valle.Il castello era fornito di armi e munizioni.Oggi è rimasto un vecchio rudere abbandonato
 
CORTEO STORICO

   Nel passato erano rari o poco accessibili i momenti di piaceri e divertimenti, per cui in grandi circostanze, quali il matrimonioo, il carnevale, i mercati e le fiere, si organizzavano le feste. Gli uomini comuni del Medioevo., in particolar modo, cominciarono ad organizzarsi e a ritrovarsi nelle fiere, fissate annualmente in occasione di festività di santi per celebrare in 5 o 8 giorni il momento esaltante del lavoro, esposto su bancarellea legato a fonte di divertirnerto, come gioco, amore, vino, dama e canto. Inoltre questa ricorrenza. favoriva la circolazione del denaro. Particolare funzione ed attrattiva esercitava il corteo di fiera, con cui si apriva il grande mercato. Il corteo si presentava come uno sfoglio di figuranti, di costumi, armi; le espressioni delle varie cariche sociali e dei vari mestieri scorrevano sotto lo sguardo vigile del Maestro di Fiera (assessore) e dell'intera popolazione. Esso riassumeva in modo rappresentativo la condizione sociale della città che creava una situazione di festa, di allegria, di mille colori. Con ciò entravano in gioco 1e componenti più significative della città: il frate templare, amministratore o precettore della grancia S . Giorgio; il feudatario, pro tempore, il sindaco e gli eletti, il vescovo, nobili e mercanti. Il frate templare accoglieva il Mastro di Fiera e i suoi collaboratori e, dopo aver ricevuto il gonfalone, consegnava loro la fiera, per consentite l'avvio delle contrattazioni. I1 sindaco e gli eletti si recavano sull'area della fiera per consegnare le insegne e le chiavi della città al Maestro di Fiera Il vescovo, il Capitalo della Cattedrale, gli abati dei monasteri benedivano le insegne, i magis tati, gli animali, le merci, i mercanti, i convenuti, nobili e rmercanti, presentavano al Maestro di Fiera homines  che dovevano vigilare di giorno e di notte sull'area della fiera e sulla città.  Con la signoria di Giovanni Mortfort il cerimoniale subì un cambiamento; l'autorità era, ora, costituita da una persona nobile e di altissima competenza politica ed amministrativa. Pertanto il corteo fieristico, all'apertura del grande mercato, convergeva presso il castello di origine normanna, dove il Maestro di Fiera riceveva, dal signore della città, il gonfalone della città, alla presenza di tutte le autorità laiche e di quelle ecclesiastiche. Con tale atto si concludeva la prima parte della manifestazione.

La cerinmmia della consegna della città era seguita dalla lettura di alti pubblici. Il corteo si muoveva dalla pia del castello, sfilando per la lunga strada, detti Via dei Mercanti, che predava dritto in salita verso la chiesa S. Giorgio, creta finale. Qui il vescovo benediva butti i presenti, augurando un lieto e proficuo lavoro. Per 'evocare quel rammento storico la 701° edizione della Seta, nel 1995, fu inaugurata con un corteo storico in abiti del 1303. Il corteo è costituito da: Carte del Re di Napoli: Re Carlo II D'Angiò e Regina; Carde Giovani di Mordfort e Contessa; Prelati, Notabili e Funzionari dell'epoca; guappo di nusicisti che eseguono musiche dell'epoca; danzatici impegnate in danze dell'epoca; rappresentanti del popolo; gruppi rappresentanti i quartieri; parrocchie che partecipano al Palio di San Giorgio; cavalieri dell'ordine Gerolomitano  in costume. Il momento culminante del corteo è la cerimonia, tenta al Palco di Città, di consegna al Maestro di Fiera e al Sindaco dell'editto del 1294. I1 corteo storico è molto curato nella scelta dei costumi e dei personaggi.

 

FIERA DI SAN GIORGIO

   Fin dall’antichità Gravina deteneva il privilegio di dar vita, una volta all’anno, ad una fiera di importazioni ed esportazioni. La fiera di Gravina, sorta anticamente sulla spiazza di della chiesa di San Giorgio, col passar del tempo, si trasferì ai Cappuccini. Era lì che arrivarono molte persone e animali da ogni parte della nostra regione.I forestieri arrivarono qualche giorno prima dell’inizio della fiera e allogiavano in case e stalle che i gravinesi cedevano in fitto. Sul campo della fiera cerano diverse baracche, che vendevano un po’ di tutto.pane, formaggi, frittate, finocchi, vino bianco, vino rosso, attrezzi agricoli, oggetti casalinghi, indumenti, scarpe ecc..... Oggi la fiera si è spostata vicino al campo sportivo. Sono mutati i luoghi in cui essa si svolge e la merce oggetto di mercato, ma lo spirito dell’anima e sempre lo stesso.
La Fiera San Giorgio è stata riconosciuta fiera di interesse regionale e con delibera della Giunta Regionale numero 1726 del 30 novembre 2005, è stata inserita nel calendario delle manifestazioni fieristiche in programma in Puglia nel 2006. La cerimonia d'apertura è preceduta dalla sfilata del tradizionale corteo storico che rappresenta la corte del signore di Gravina che nel 1294 riuscì a far ripristinare l’antica Fiera San Giorgio da re Carlo II D’Angiò.
 
Biblioteca “Finia”
A Gravina, come in tutta la Puglia nacquero bibliofili e biblioteche ad opera di monasteri
 benedettini e soprattutto degli Ordini Mendicanti, che, già prima del concilio di Trento, operavano nel nostro territorio. Non mancarono “benemeriti raccoglitori privati che fondarono buone biblioteche fra la seconda  metà del secolo XVIII e la prima metà del  XIX” : Per Gravina Cennini (1668), Lettieri
 (1700), Orsini (1729). La presenza o meno di biblioteche in istituzioni di istruzione e formazione
professionale fu un ” fenomeno importante” in quanto, sin dall’ antichità si ritennero essenziali per
ogni bisogno culturale.
 
 
OROLOGI PIU' IMPORTANTI DEL PAESE

Il paese è dotato di ben cinque orologi pubblici, tre alquanto antichi, due propriamente moderni, installati nel 1980. Fra i primi si contano :l’ orologio della villa comunale , l’ orologio di piazza N. Domenico, l’ orologio di Palazzo Città.I due rimanenti sono moderni e posti in piazza S. Michele e nella piazza Ortofrutticola .

 

 

LE TRADIZIONI E LE USANZE DI GRAVINA

Il mio paese un tempo vantava una ricchezza di tradizioni popolari che oggi vanno perdendosi.

Ogni anno a Capodanno i bambini andavano in giro per le case dei parenti che davano loro una sommetta di danaro o taralli,fichi,frutta secca. Tutto quello che riuscivano ad avere lo mettevano in un sacchettino di stoffa portato al collo.

Un tempo, solo i più ricchi potevano permettersi di mangiare “in famiglia”.

Per festeggiare l’anno nuovo si preparava una lunga tavolata che prevedeva cibi succulenti e ben presentati.I piatti forti erano:la pasta fatta in casa come cavatelli,orecchiette,taglioline…

Oggi questa usanza pian piano sta scomparendo,sono poche le famiglie che seguono ancora questa tradizione,compresa la mia.

All’Epifania si usava sempre riunirsi in famiglia. Alla vigilia ci si divertiva a colmare le calze di tarallini,mele,dolci,arance,frutta secca..

Questa tradizione oggi continua.

Al posto dei tarallini e altro ci mettono,però,giocattoli e dolciumi vari.

Il Carnevale può dirsi rimasto ancora vivo fra la nostra gente(che ama in questo periodo mascherarsi,uscire in gruppo per le strade e ballare allegramente).

Si organizzava una corsa di cavalieri vestiti in modo diverso detta la “Corsa dell’anello”. Corsa dell’anello perché al vincitore era dato come premio un anellino d’oro che poi veniva offerto a S.Michele Arcangelo (patrono della città di Gravina).

Questo non si svolge più dietro la Cattededrale da quando le strade sono esfaltate.

Era un’avvenimento atteso da grandi e piccini l’ultima domenica di Carnevale lungo la Via S. Sebastiano.

All’inizio di Carnevale si usava mettere un fantoccio di pezza e paglia  appeso a un balcone in piazza,l’ultimo giorno veniva portato su una sedia in giro per Gravina,per poi portarlo al cimitero,seguito da tanta gente che fingeva di piangere il defunto Carnevale – implorando il suo nome “Giuanne”-

Dopo Carnevale ecco la Quaresima.

Si diceva che la Quaresima era la vedova di Carnevale cioè una donna che perdeva molto tempo affacciata alla finestra,non era altro che una pupattola vestita di nero che ogni settimana faceva qualcosa di diverso,ora filava,ora tesseva finchè,la domenica di Pasqua,appariva vestita di bianco al braccio di un novello sposo.

Durante la Quaresima si usava organizzare qualche festicciola per dimenticare le noiose e monotone abitudini quotidiane. Poi la Pignète,ossia la festa della pignatta,che aveva luogo in casa.

Quasi al termine della festa tutti i giovani si mettevano intorno a un vaso di terra cotta:la pignatta appesa a un fil di ferro. Lo scopo era quello di rompere la pignatta con gli occhi bendati. Generalmente la pignatta nascondeva colombi,salsicce… che poi venivano consumate dai presenti.

Questa festicciola è rimasta ancora in uso tra noi.

La tradizione più tipica di Gravina resta la fiera di S.Giorgio in origine svolgetesi sullo spiazzo della chiesa (da molti anni chiusa al culto e in parte crollata).

Sul campo della fiera c’erano baracche ove si vendeva un po’ di tutto,pane,formaggio,frittate,provole,finocchi,vino bianco (la famosa verdeca),vino rosso,attrezzi agricoli (come finimenti,botti,trattori,mietitrebbia ecc…).Anche la festa di S.Michele delle grotte è di grande importanza.

Si celebra l’8 Maggio,è una festa molto cara agli agricoltori che offrono al mercato diversi quintali di grano per portarne l’immagine.

Infine ricordiamo la festa di S.S.Crocifisso,dove ogni anno bande di musicisti suonano in piazza e molti sono i forestieri che arrivano e attendono questa festa.

Concludo dicendo che poche sono le persone che conservano strettamente queste tradizioni,la mia famiglia segue ancora alcune di queste tradizioni e usanze e anch’io continuerò a conservarle nella storia.

Siamo passati veramente da una forma di attività contadina a una industrializzata.

Non è più come una volta,un tempo c’era molto più interesse e molta erano le persone che capivano veramente il valore di questa fiera,di questa usanza;oggi invece non apprezziamo ciò che ci appartiene ma siamo sempre in cerca di qualcosa di diverso, di innovativo.

LO SPOSALIZIO GRAVINESE

Lo sposalizio d'un tempo era preceduto, la sera della vigilia, da una serenata che si faceva davanti alla casa della sposa. Era di rigore il massimo silenzio, ne si poteva fumare. Spesso succedevano delle serie liti, nel bel mezzo della sere-nata, perchè qualcuno parlava o accendeva spavaldamente una sigaretta.

Il giorno delle nozze, il corteo muoveva dalla casa della sposa. In prima fila andavano il compare d'anello e la sposa, vestita di bianco o di rosa e con il velo; in seconda fila un parente intimo della sposa e una parente intima dello sposo e così di seguito. Chiudevano il corteo la comare e lo sposo, vestito di nero o di scuro. Le partecipanti al corteo vestivano abiti lunghi di seta di vario colore. In qualche corteo nuziale si vedevano donne che portavano il « pannarùle », ossia un panno di color verde o rosso o viola, raccolto intorno alle spalle e tenuto con grazia stretto davanti; chi aveva il « pannarule », portava una gonna lunga di seta, con un giacchettino pure di seta, e teneva i capelli stretti in nastri di seta colorata (« ziaredde ») e raccolti in una crocchia, che era attraversata da un oggetto d'argento bulinato, a forma di mezza luna, chiamato « spaducce ».

In chiesa il sacerdote benediceva gli sposi durante la cerimonia nuziale, alla presenza dei parenti, e rivolgeva loro parole augurali. All'uscita venivano lanciati confetti, in segno di gioia, e qualche volta sparati dei mortaretti.

(1) Pubblicato in parte su Annabella, rivista di moda e di attualità, n. 28, del 14 luglio 1973, pag. 62, nel servizio « Regione che vai sposa che trovi • di Emilio De' Rossignoli.

II corteo si riformava, ma con gli sposi in prima fila, i compari in seconda, gli altri via via. Si faceva un breve giro per le strade principali del paese, in modo che tutti potessero ammirare gli sposi e gli altri parenti.

Se lo sposalizio veniva fatto con le carrozze, nella prima carrozza andavano gli sposi e i compari, nelle altre gli altri invitati. Le carrozze usate erano quelle padronali.

Dopo il giro per il paese, si andava alla casa della sposa, dove si svolgeva « la tavola di li piccilateddre ». Su una lunga tavola venivano posti taralli (« piccilateddre »), «sasaneddre» (dolci fatti in casa col vincotto) , mandorle, noci, fichi secchi. Ognuno si serviva a suo piacimento. Brocche di vino (« rizzale ») erano a portata di mano per chi voleva dissetarsi più volte. Il pomeriggio tardi gli invitati ritornavano per il ballo. La sala veniva preparata con molta luce e molte sedie, disposte tutte intorno. Gli invitati che non avevano dato il regalo la mattina, approfittavano per darlo ora agli sposi, seduti al centro della parete maggiore della sala. In un angolo della stessa vi erano i « suoni », ossia l'orchestrina composta di violini, chitarre e flauto, che eseguivano polke, mazurke, valzer, tarantelle.

Aprivano le danze lo sposo con la comare e la sposa con il compare. Quest'ultimo dirigeva l'andamento della festa.

Di tanto in tanto venivano lanciati confetti agli sposi e stelle filanti.

A tarda sera veniva servita una cena a base d'arrosto d'agnello con insalata verde, preceduta da un antipasto di caciocavallo e salame. I brindisi non mancavano. I suonatori restavano invitati a cena, anche se mangiavano in un'altra stanza.

Lo sposalizio di una volta poteva anche durare diversi giorni (due o tre). I parenti più intimi arrivavano fino alla terza sera. E' chiaro che essi davano agli sposi, per questo, un regalo più ricco.

Questo lo sposalizio che si svolgeva in mezzo al popolo, fino a 50 anni fa. Diverso, s'intende, era quello delle classi più agiate.

(Gravina, 14 Luglio 1971)

Costumi d'epoca inizi del '900

La Cattedrale, uno dei più bei monumenti rinascimentoli della Puglia domina il centro storico del nostro paese; fu fondata dal signore normonno Unfrido nel 1092, rimateggicda nei secoli XII - XIV e ricostruita posi completanente dopo il terribile terremoto del 1456, conservando il suo impianto originario. Nel corso dei secoli ha subito olwne modifiche e dei rimovamenti. Est ernanente presenta oggi, tre ingressi e sulla facciata cenirole è visibile ut bellissimo rosine. LSnterno è maestoso , a piatta bosilicole, cm tre navate; cd centro è situato foltae maggiore tutto in mormo; il coro è di legno massiccio e il soffitto splendido ricchissimo, di stile barocco, è in legno intagliato e dorato.

 

La Chiesa del Purgatorio  fu fatta erigere tra iI 1649-1654 dal duca Ferdinmdo III Orsini .Fu denominata Santa Maria dei Morti o del Suffragio per le funzioni che si celebravano in suffragio delle anime del Purgatorio. La facciata é aperta da un bizzarro portale con l'emblema dei duchi e nella porta più alta del portale sono semisdraiati due scheletri. Internamente la chiesa é costituita da una sola navata con sette altari.

Questa fontana in piazza Notar Domenico, risale ol XVIII sec., ma fu ricostruita nel 1858 dopo il crolb della prima fontcn fu realizzataper incombre le acgie della sorgente Pozzo Poteo permettendo, coi, unamaggiore erogozione di acqa alla città.

 

 

ASPETTI GEO-MORFOLOGICI

  Il territorio è costituito in prevalenza da calcarenite di Gravina, da argille subappenniniche, di sabbie del Monte Marano e di conglomerati di Irsina, rocce sedimentarie tratto metamorfiche. Il paese presenta caratteristiche urbanistiche in perpetua evoluzione e si estende in tutte le direzioni tranne verso Sud-Ovest dove è bloccata dal burrone “La Gravina”; il suo territorio è parte pianeggiante, parte collinare, ma non mancano altipiani come quello della Murgia. Attualmente il territorio non è ricco di rete idrica superficiale o laghi naturali, è percorso dai torrenti “La Gravina” e “Pentecchia di Chimienti” e da canali di bonifica spesso a secco; la mancanza di acque superficiali è però compensata da ottime acque potabili, di cui il territorio è ricco nel sottosuolo, che alimentano numerose fontane perenni: Sant’Angelo, San Paolo, San Giacomo, Coluni. Nelle vicinanze è stata realizzata una diga con lago artificiale con lo sbarramento del Basentello, affluente del Bradano.

Cultura, tradizioni

LA FESTA DI COLUNI A GRAVINA (1)
Rievocazione

E' una piccola festa che dura appena un giorno, 1'8 settembre, in onore di Maria Vergine, in una contrada della nostra campagna, detta Coluni, intorno a una piccola chiesa nascosta in un bosco.

Di mattina c'è messa alla chiesa, un'unica messa, e tutti s'improvvisano scaccini, per amore della Vergine, specie i bimbi che fanno a gara per dare uno strappo, sia pure un piccolo strappo, alla campana, che non ha mai tregua tutto il di.

Ma sono pochi i fedeli del mattino, chè gran parte di essi viene il pomeriggio qui, a piedi o su piccoli carretti, per trincare allegramente, mangiar polli e frittate in comitiva.

Sul nastro della via polverosa quanta gente! Bimbi a piedi, biciclette cariche di fardelli, carretti tirati da asini fiacchi che alla salita chiedono mano alle ruote, villanelle dal capo avvolto in pezzuole multicolori, vecchiette stanche che vogliono vedere per l'ultima volta la Madonna, mendicanti, venditori di noccioline e di castagne, e tanti e tanti.

E tutti si conoscono e tutti si salutano, e filano per l'aria e s'intrecciano motti salaci, botte di spirito, alternati da canti allegri e strette di organini.

Si giunge alla chiesetta, si entra così per devozione e

(1l Pubblicato in . La voce di Gravina •, giornale diretto dall'ms. Ermenegildo Manenti, edito da Arti Grafiche F.11i De Tullio - Bari, settembre-ottobre 1967, pag. 8.

si vien subito fuori, senza neppure apprezzare la fatica del sagrestano, ch'ogni anno ci spende una settimana, per agghindarla e farla bella.

Si vien subito fuori, e certamente, perché fra gli alberi ondeggiano le funi altalenanti che invitano a pendere nel vuoto.

E la campana suona, suona sempre, mentre al pozzo stride la catena sulla vecchia carrucola consunta.

Chi mangia in larga ruota sul sagrato, chi rincorre l'amico che rubò il fiasco, chi ride, chi gioca.

La festa è una continua baldoria e si canta, si beve, si balla fin'a sera.

Usatissima in questa circostanza è « la pizzica pizzica U, un ballo che sta per scomparire, soverchiato anch'esso dalla moda, ma che sussiste nelle abitudini del popolo, specie dei vecchi, che lo eseguono con tutta grazia, a suon d'organetto.

E' una specie di tarantella che si fa a coppia ed è caratterizzata dalla lontananza in cui si tengono i ballerini, dalle battute di mani che l'accompagnano, dallo strisciarsi intorno fra varie movenze di capo e di piedi, da colpi di fianco che si scambiano ridendo.

E' un ballo che mette molto brio in quelli che assistono e che permette ai ballerini larga libertà di movimenti.

Il suo nome forse è dovuto al fervore che lo anima.

 

folklore

 

TRADIZIONI E ABITUDINI ALIMENTARI DEL CONTADINO GRAVINESE

Nei tempi antichi la maggior parte della popolazione gravinese si dedicava all'agricoltura, perché Gravina era ed è un paese agricolo.

Era il tempo del latifondismo e i contadini lavoravano alle dipendenze dei ricchi proprietari terrieri. Trascorrevano la loro vita in campagna e tornavano a casa ogni quindici giorni: "la quindicina" per trascorrere un giorno con la propria famiglia.

Non esisteva allora il problema della dieta, né servivano le ricette di cucina perché l'appetito non mancava e inoltre le risorse alimentari e le possibilità economiche erano così modeste che c'era poco da scegliere.

Il contadino, che si alzava all'alba, per la prima colazione si accontentava di un pezzo di pane da gustare con uno spicchio d'aglio e un pezzo di cipolla. Qualcuno poteva permettersi il lusso di mangiare una melacotogna per companatico.

A mezzogiorno, si mangiava pane con verdura campestre cruda o pane imbevuto d'acqua che si consumava lentamente; d'estate quel pane insaporito con il pomodoro diventava davvero un pane prelibato.

La sera, quando all'imbrunire si rientrava dai campi, alla masseria si trovava, su un fuoco alimentato da paglia, una caldaia piena di acqua bollente che veniva versata in coppe di terracotta su pane raffermo affettato. Come condimento bastava una croce d'olio, sale, uno spicchio d'aglio sminuzzato, qualche fetta di cipolla, qualche pomodoro (se c'era) e un peperoncino

piccante. Se si aggiungeva un po' di verdura campestre il piatto diventava squisito.

Dopo aver gustato questa cialda calda, il massaro alzava gli occhi al cielo ed esclamava: "Sia benedetto il Signore che mi ha creato povero!".

Di tanto in tanto, poi, specialmente nei giorni festivi, nelle masserie si gustava un "lussuoso pancotto" di cui daremo la ricetta. Allora i contadini si "leccavano le dita".

Si diceva "si leccavano le dita", sia in senso figurato che letterale, perché la cialda e il pancotto si mangiavano per tradizione solo con le mani, senza forchetta, anche a costo di scottarsi le dita.

Nel periodo invernale, durante la raccolta delle olive, di primo mattino all'alba si accendeva il fuoco e appena si formava un po' di brace si arrostivano le olive, il pane, le cipolle, le patate, le verdure campestri, le melecotogne; chi aveva maggiori possibilità arrostiva anche un po' di lardo o di baccalà. Consumata questa colazione, si iniziava la giornata lavorativa che durava ininterrottamente fino a sera e quando si tornava a casa si cenava modestamente.

L'alimentazione principale era costituita da legumi cotti nella "pignata". Nei giorni delle festività solenni si mangiava la pasta fatta in casa condita con il sugo insaporito con lardo o ventresca, la carne dei poveri.

Era il nostro cibo molto semplice, ma anche molto sano...

cielo a prendere un po' di fuoco per Gesù Bambino. Anche molte specialità gastronomiche vengono preparate per la festa di San Giuseppe. Le più popolari sono: "u rùcchel" e "la laina rizz pu merecùtt". (Focaccia di S. Giuseppe e le tagliatelle ricce con il vincotto - vedi ricetta).

1 U rùcchel de S. Gesèpp

Ngredìnd

chìl de farìn de gròin,

pìcch de crescènd o de lìvet de bìrr, chil de cepòdd lòng, (le spunzole) miinz chil de pàssel,

nu quìnd e cenquanda gràmm d'alic salòit, pàip e sòil

miinz litr d'uggh.

Se mbast la farìn pe na cucchiòir de sòil e u crescènd e se fòisc crèsc. Le cepòdd se menòzzen a pezzìtt e se fàscen ammurtèsc jnd'a l'uggh se mètt nu pìcch de sòil. Quànn la pàst jè cresciùt se fòisc la lajanèdda fina fin, se mettèn tutt le ngredìnd e s'arrutelòisc. Se mètt jnd'o chettùr jùnd d'uggh e se scacàzz pe la mòin. Se còusc jnd'o fùm a fùch lìnd, pe na bòun'a mènzour.   (segue traduzione)

1a Focaccia di S. Giuseppe (U rùcchei)

Ingredienti

1 kg di farina di grano duro,

un lievito di birra, o lievito di casa, 1 kg di cipolle lunghe,

mezzo chilo di uva passa,

250 gr. di alici salate,

pepe, sale,

mezzo litro di olio di oliva.

Impastare e far lievitare la pasta. Friggere le cipolle nell'olio, facendole appassire. Quando la pasta è lievitata, stendere una sfoglia sottilissima, condirla con gli ingredienti e arrotolarla. Metterla in una teglia unta d'olio e schiacciarla. Cuocerla a fuoco lento nel forno per un'ora circa.

2 La làina rìzz pu merecùtt

Pe quàtt persùn

Nu quinde e miinz de sèmel

dò jòv, cenguanda gràmm d'uggh

trè piòrn de pòin grattoit e nu pìcch de merecùtt.

Se mbàst la sèmel pe l'ouv, se gramenòisc fing ca la past devènd lìsc, pò se stènn pu jalnatur bèlla fein. Quann'assùch se tàggh pu firr de le chiòser, cudd rìzz, se fascene le strìsc larj nu discet e lòng nu palm. Se foisc fèrv l'acque se rnètt u sòil e s'ammòin la làìn. Quann jè còtt se scòul e se mètt jnd a nu piàtt bèll fàtt. Pò se fòisc 1'uggh sfritt e se mètt jnd la mendìch, quand jè fatt bèlla ròss s'ammòin saup' a la làin e dopp s'ammòin u merecùtt.

N.B. Cuss piatt pe tradeziòun se mangiaj la dì de San Gesèpp pe second piatt.

2a Le tagliatelle ricce col vincotto

Ingredienti (per 4 persone) 300 gr. di semola di grano duro 2 uova

50 gr. di olio

tre pugni di pangrattato, vincotto.

S'impasta la semola con le uova e si tira la sfoglia col matterello (o con la macchina per la pasta). Si lascia asciugare un po' la sfoglia e si taglia a strisce larghe un centimetro e lunghe 20-25 cm. con la rotellina seghettata. Si cuociono le tagliatelle e si mettono in un piatto da portata. Si versa il pangrattato nell'olio bollente e si gira velocemente col cucchiaio di legno. Quando è dorato si versa sulla pasta. Infine si mette sopra il vincotto facendo delle decorazioni.

N.B. Questo è un piatto tipico di Gravina e si mangiava come secondo piatto il giorno di San Giuseppe.

 

Webmaster prof Ciro Roselli