CONOSCERE LA PROVINCIA DI BARI

Stemma comune di Binetto BINETTO

VIDEO BINETTO

STORIA

CHIESA SANTA MARIA ASSUNTA

ECONOMIA

INCHIESTA sul territorio

ECOLOGIA    VIDEO

APPENDICE

   In un contesto storico e sociale in continua evoluzione, tecnologica  e non, la scuola non deve certo essere “colta di sorpresa”, anzi, per la sua stessa essenza, deve mostrarsi pronta a cogliere i cambiamenti, a comprenderli, a spiegarli e, per quanto possibile, indirizzarli. E’ compito di chi professionalmente opera nell’ambito di essa far si che ogni singolo utente scolastico possa prepararsi a vivere, come persona prima e come individuo inserito nel mondo del lavoro poi, con il massimo delle cognizioni di qualsiasi natura. Durante questo anno scolastico 2006/'07, nella predetta ottica, anche per la sensibilità del titolare di questo sito, la 1^ D e la 2^ D  IPSIA "DE NORA" indirizzo Alberghiero Altamura hanno pensato di realizzare un ipertesto che avesse come oggetto il nostro paese e il territorio in cui è localizzato. La finalità è quella di presentare e far conoscere Binetto utilizzando appunto le moderne tecnologie. Naturalmente non ci dispiacerebbe che quanto realizzato possa essere oggetto di un interesse più generale e, perché no, una sorta di invito ad ampliarlo e perfezionarlo. 

   Piccolo centro agricolo situato a 179 metri d’altitudine, ai margini della conca di Bari e dell’altipiano delle Murge. Il territorio comunale, ampio 17,6 kmq, è coltivato prevalentemente a mandorleti ed oliveti. Il nome della cittadina viene dal latino “vignetum”, poi trasformatosi nel dialettale “vnett”, a testimonianza del fatto che un tempo questa zona era particolarmente ricca di vigneti; anche nel primo documento ufficiale di Binetto è infatti presente uno stemma raffigurante un tralcio di vite con quattro passeri che cercano di attingerne il succulento prodotto. Il centro ha origini antichissime: due crateri esposti al Museo Archeologico di Bari ed ivi rinvenuti risalgono al sec. VI a.C. Nel 1073 si ha traccia di Binetto come “locus”, cioè terreno, in un documento storico dell’epoca. Circa un decennio più tardi, il normanno Umfredo, figliastro di Tancredi d’Altavilla, si definisce “dominatore” di Binetto, ingranditasi e divenuta “cittadella fortificata”. Nel 1268 il re Roberto d’Angiò la cede a Roberto da Bari. Durante il Medioevo, la cittadina è infeudata dai Nicastro, dagli Argamone, poi passò ai D’Angelo (per donazione di Ferdinando III di Napoli), quindi ai Carafa ed ai De Angelis, per poi seguire le vicende della terra di Bari. Nel 1927 viene aggregata al comune di Grumo Appula. Interessante la Chiesa Matrice S. M. Assunta, edificata nel 1198, tipico esempio di architettura romanico-pugliese, con interno a tre navate ed absidi affrescati; custodisce all’interno un’acquasantiera ed una fonte battesimale in pietra lavorata del ‘500 ed alcuni pregevoli affreschi.

   In un luogo frequentato in epoca pre-romana, sorse probabilmente nell'Alto Medioevo come casale rurale, tra il V e il VI secolo. Il primo agglomerato urbano si formò nel VII secolo attorno all'autorità religiosa. Subì incursioni e devastazioni da parte dei Saraceni e degli altri popoli che si avvicendarono nella regione. La tradizione locale ricorda il 1784, come l'anno nel quale ebbe inizio la devozione verso la Madonna di Costantinopoli per aver salvato le campagne da una terribile gelata che aveva distrutto i campi dei paesi limitrofi.

   La mancanza di fonti documentarie, la misconoscenza delle stesse la poca attenzione riservata alla storia del proprio paese da chi potrebbe e non fà, insieme all'inesistente educazione del popolo alla salvaguardia del sottosuolo, rendono difficoltosa la ricostruzione storiografica di un piccolo,, ma affascinante paese:"BINETTO".

STEMMA DI BINETTO

 D'Azzurro, al tralcio di vite, posto in palo, pampinoso di quattro, due pampini per parte, in alto e in basso, munito di due cirri posti a sinistra tra i pampini, il tutto verde, fruttato di tre d'oro, un grappolo in alto, centrale, due grappoli, posti sotto i pampini inferiori, uno per parte. Ornamenti esteriori da Comune

 

CHIESA S.MARIA ASSUNTA

    E' situata nel cuore del borgo antico, al quale si accede mediante i due archi situati alle due estremità del palazzo baronale. La chiesa di S. Marta Assunta é di stile romanico -pugliese, ed è disposta parallelamente all'antico palazzo baronale. La facciata principale presenta in corrispondenza- delle navate laterali, tracce di sopraelevazione di due successivi periodi. Il portale elegante nella semplicità delle linee schematiche, è ricco di fregi scolpiti a fogliame nella fascia girante nella parte intorno agli stipiti e all'architrave...

L''aggiunta delle cappelle laterali ha variamente modificate la semplice pianta rettangolare della Chiesa. La fiancata destra è stata sfondata per edificarvi altri due va-ni, adibiti a sacrestia fino a1 I730. d.C .

 

ECONOMIA DEL PAESE.

   Il maggior reddito del paese, oggi, è dato dall'industria "Vianini" .

Un'alta percentuale di lavoratori binettesl„ infatti, à assorbi­ta dall' industria Vianini , molla quale si producono tubi in ce meato. Chi non ha trovate lavoro in questa azienda,. si è diretto verso la zona industriale di Bari„ verso il nord e'4 costretto ad andare all'estero .

Un''esiguae percentuale di cittadini oggi anca-ra dedita all'agri­coltura.

Gli agricoltori, infatti, sono sopratutto uomini ohe hanno un' età superiore ai 50 anni.

I giovani,, all''agriaeltura„ preferiscexo altre attività..

Questo esodo dalla campagna sta segnando il decadimento della produzione agricola.

Binette,, che un tempo doveva essere un forte mercato vinicolo,oggi riesce a stento a produrre il fabbisogno pere i suoi cittadini. Lo stesso accade dell'olivo. Vanno scomparendo anche altri prodotti.Fino a 15 anni fa venivano coltivati quasi tutti i cereali e i pomodori con i quali si intrecciavano t "serti".  Fortemente diminuito l'allevamento di animali da cortile;gli animali da carro sono stati sostituiti da trattori e motozappe Sono anche scomparse le attività artigianali.

VERIFICA

1)      Quale pensi che sia la coltivazione prevalente nel territorio di Binetto?

E' l'olivo la coltivazione prevalenre nel territorio di Binetto; vi è anche una discreta coltivazione del mandorlo e pochissime coltivazioni di vite. Non mancano fichi ,fioroni, ciliegie e pere.

 

2)      Perché è la coltivazione prevalente?

La coltivazione dell'ulivo è la prevalente in quanto radicata nel contesto ambientale da tempi antichissimi ; inoltre la morfologia della zona e il clima ne favorisce lo sviluppo.

 

3)   Se hai un uliveto quale varietà di olive produce? Perché?

      Non ho un uliveto, ma chiedendo in giro sono venuta a conoscenza che vi sono numerose 

      varietà di olive. Una prima distinzione si può fare tra olive da tavola e olive da olio. Le prime 

      sono utilizzate in cucina per la preparazione di pietanze e antipasti. A questa categoria 

      appartengono:

   a) l'OLIVA DOLCE, così chiamata per il particolare gusto dolciastro che la distingue dalle altre;

         l'OLIVA DOLCE MIELE (Dulc mel) che si può gustare anche cruda ed ha ancora la   

         colorazione verde, ma purtroppo è diventata rarissima e facilmente falsificabile;

         la NICAROLA, la PASOLA e la CIDDEIN (Nicaraul, Pasaul, Ciddein) ottime per la   

         conservazione in salamoia;

         l'OLIVA CIUCCIO (oliva asino) particolare per le grandi dimensioni ed attualmente nota     

         come "BELLA DI CERIGNOLA".                   

     b) tra le olive da olio abbiamo:

         l'OLEAROLA detta anche NOSTRANA e in dialetto GARAVEN, che poiché produceva un  

         ottimo olio ma rendeva poco non è più molto coltivata;

         la CORATINA detta in dialetto FRASTER (forestiera) perché molto coltivata nella zona di  

         Corato produce un buon olio e rende molto;

         la SILLETTI che prende nome dall'innestatore che ne creò la specie, probabilmente originario 

         di Toritto;

         la RACEMO, a GRAPPOLO detta in dialetto RACIUPP, caratteristica per la predisposizione 

         a grappolo sui rami;

         la CIMA DI MOLA caratteristica del litoraneo Sud Barese, ma una volta presente in questa

         zona;

         l'OLIVA CONFETTO  detta CANNDEIN così chiamata per la particolare forma che la rende identica ad un confetto cannellino.

 

4)     Quale strumento usi per la raccolta delle olive?

Per la raccolta delle olive si usano le scale a pioli, dei rastrelli e dei teli (chiamati in dialetto "pann"). Con i rastrelli si passano i rami e le olive strappate dagli stessi cadono nei teli. Una volta le olive venivano depositate in sacchi, adesso si usano le cassette in plastica; sempre in passato i panni erano in tela pesantissima che diventava ancora più pesante con l'umidità del terreno. Attualmente i teli  sono fatti di resistente filo sintetico e quindi sono leggerissimi e assomigliano alle reti dei pescatori. Anticamente si usavano anche le verghe per scuotere e le fronde. Sempre in passato quando la chimica non aiutava gli agricoltori e le olive , attaccate dai parassiti, cadevano  già dal mese di agosto, si andava a "SMNDAGNE'" (appiattire i mucchietti di olive al suolo). Questa operazione, tipica delle giovani donne e dei bambini , iniziava subito dopo la festa di S. Crescenzio e le olive raccolte venivano conservate in cantina sino al momento della molitura.

4)   Perché si possano raccogliere, le olive devono essere ancora verdi, poco mature, abbastanza mature? Perché?

Dopo la caratteristica fioritura a grappolo dell' olivo (Mignola) che avviene con l'arrivo della Primavera, le olive iniziano la lenta maturazione che termina in pieno inverno. In tale periodo le olive si ingrossano e mutano colore: infatti passano da una colorazione completamente verde ad una colorazione mista verde/nero (occhio di sarda) sino a diventare del tutto nera. Se hanno un uso alimentare per la conservazione in salamoia vengono raccolte verdi o al massimo a occhio di sarda. Le olive dolci si raccolgono quando iniziano a diventare nere, mentre per produrre olio si raccolgono dalla fine di novembre in poi, quando sono completamente nere. C'è qualche qualità che non diventa di colore nero.   

        

      6)   Per la molitura porti le olive al frantoio tradizionale o all'oleificio moderno? Perché?

            Per la molitura esistono due tipi di frantoio il tradizionale e il ciclo continuo.

            Il tradizionale "aggiornato" prevede:

            la macchina per togliere le foglie, la lavatrice, la "vasca" con tre macine in granito,   

            l'impastatrice, le presse con i dischi e il separatore.

            Il ciclo continuo prevede:

            il separatore dalle foglie e la lavatrice, la schiaccia olive , la griglia di lavorazione, il vibratore ed

            il separatore.

            Come si può notare la differenza sta nelle caratteristiche delle macchine utilizzate e la disputa

            per stabilire il migliore dei sistemi è sempre accesa. La cosa certa è che il ciclo continuo ha

           dimezzato i tempi di produzione ed eliminato del tutto la mano d'opera; infatti una sola persona

           controlla l'intero ciclo.

  

     7)   Conosci qualche uso terapeutico dell'olio?

            OLIO DEL TAGLIO (ugh du tagh): indicato per tagli di grossa entità; ha un alto potere 

            disinfettante e  Cicatrizzante. Nel mese di giugno, il giorno di S. Giovanni, si mette in un vaso  

            che contiene olio,  i fiori "dell'erba del vento" e si lascia macerare alla serena, coperto da un 

            velo, per 40 giorni e 40 notti. Dal colore verdastro dell'olio e dal colore giallo del fiore si ottiene 

            un olio rossastro (tipo mercurio/cromo) che posto sulla ferita blocca l'emorragia e ne favorisce la 

            cicatrizzazione

           OLIO DEL TOPO (Ugh du sorc): indicato per il mal d'orecchio; si fa soffriggere nella padella  

           "frsaul" con dell'olio  un bel topolino di  campagna. Si lascia raffreddare e si mette in una

           boccettina . All'occorrenza si introduce qualche goccia nell'orecchio dolorante.

 

8)      Chiedi alla nonna il procedimento tipico binettese per la concia delle olive da mensa.

Per la concia delle olive da tavola si utilizza acqua bollita con sale, foglie di alloro e finocchio selvatico. In tale preparato si immergono le olive fatte diventare dolci lentamente o rapidamente. Per far diventare le olive rapidamente dolci,  si mettono in una soluzione di acqua e soda caustica. Dopo alcune ore  le olive vengono scolate e messe in acqua fresca. Si cambia l'acqua per qualche giorno e poi le olive si mettono nella concia. Per far diventare le olive dolci in maniera lenta, ma duratura,  si mettono in acqua e sale. Si cambia spesse volte l'acqua e dopo molti mesi si passano nella concia. Anticamente le olive in salamoia si preparavano con questo sistema ma dopo circa un anno di cambi di acqua e sale si mangiavano senza aggiungere la concia.  Le olive venivano conservate in recipienti di creta dette capasid e capasaul a seconda della grandezza. Oggi giorno al momento della raccolta si mettono in una soluzione di acqua, sale, alloro e spicchi di limone  e a Natale si possono già mangiare.           

 

La VIANINI  spa : fu vero bene?

 

   C’era una volta un piccolo paese di nome Binetto che a causa della guerra era rimasto vedovo.  I poveri figli avevano bisogno di una madre che li accudisse e che desse loro da mangiare. Il Re allora  gli diede in sposa la VIANINI spa e la storia incominciò……..

 A questo punto è d’obbligo la solita premessa: a Binetto,  parlare della VIANINI è come parlare della mamma; se ne può parlare solo in bene e soprattutto tutti devono osannarla in coro! Pena la scomunica civile e religiosa.

Ma questo vale anche se si trattasse di una matrigna che fa del bene ai suoi figli  a discapito dei figliastri?

Da quanto esposto nella parte riservata al rapporto VIANINI/ Ambiente, abbiamo visto come la situazione attuale dell’azienda susciti parecchi dubbi e perplessità.

Altri dubbi e perplessità si affacciano anche se si analizza il fattore geografico. Osservando l’area attualmente occupata dalla VIANINI  non si può fare a meno di notare che l’azienda è sorta in una vastissima zona a ridosso del nucleo centrale del paese. A detta dei pochi che hanno memoria si trattava di un’area molto fertile dal punto di vista agricolo, tanto è vero che in passato si distinguevano numerose “cocevole”, vigneti ad alberello, uliveti, mandorleti e alberi da frutto i cui prodotti erano tipicamente saporiti. Basti pensare che una particolare area situata sulla direzione di Bitetto era chiamata “ U Bnificio”. L’intera area occupata guarda a Mezzogiorno, è al riparo dai venti freddi di “Maestrale, “Gravina” e “Sant. Michel” e si trova in una posizione piuttosto rialzata rispetto al deflusso naturale delle acque pluviali che scendono dalla  Murgia e si dirigono verso il mare.

L’azienda è sorta nel tardo dopo guerra, quando Binetto aveva già riacquistato la sua autonomia municipale e si era parzialmente liberata dal giogo baronale. Sindaco del paese era un ingegnere civile, espressione di un monocolore della D.C. come era consuetudine del tempo. Quindi la VIANINI, grazie “all’intuito dell’amministrazione locale e ad appoggi Ecclesiastici alto locati (era motivo di vanto dire che fra gli azionisti della spa vi fosse anche il Vaticano), inizia ad appropriarsi dell’area, attualmente occupata, con una politica di acquisti ed espropri a seconda della convenienza del venditore e dell’acquirente. L’azienda fa il primo acquisto di un terreno in uso a “cocevola” alla  periferia del paese, sulla via di Grumo, nel tratto compreso tra l’allora rigogliosa villa baronale e il tratto della linea ferroviaria Bari/Taranto.

La VIANINI nasce come “campo base” di un cantiere da dove partivano gli operai diretti in varie località dove erano in corso lavori per infrastrutture più o meno grandiose finanziate dalla gloriosa “Cassa per il Mezzogiorno”. 

Di questi passi iniziali c’è poca memoria ed è difficile saperne di più ufficiosamente. Sarebbe interessante provare per vie ufficiali!

Passano gli anni e l’azienda, con la complicità delle amministrazioni comunali che si susseguono, in cambio di Occupazione Lavorativa, persegue un’occupazione ambientale e fagocitando altro terreno diviene sito industriale per la preparazione di manufatti in cemento, utilizzati in Europa e Medio Oriente.

I tubi dell’azienda, prodotti a Binetto, costituiscono nuovi acquedotti in costruzione  e i suoi pali fanno parte di linee elettriche fondamentali per lo sviluppo della nazione.

Gli anni continuano a passare, le poltrone vengono occupate da sederi diversi ma la testa è sempre la stessa: la VIANINI  continua a rosicchiare terreno e grazie al mostruoso ricatto “occupazionale”, il piccolo “cantiere” si trasforma in una fabbrica in piena regola con numerosi e maestosi capannoni industriali la cui vita lavorativa è cadenzata dal suono della sirena di inizio e fine turno.

Nel contempo Binetto è un crocevia di automezzi industriali che trasportano le materie prime e i prodotti finiti. Appena fuori paese il “frantoio delle pietre” fornisce la materia essenziale per preparare l’impasto necessario per la fabbricazione dei tubi e dei pali. Così si producono altresì,  la polvere per i polmoni dei dipendenti  dell’azienda e per tutti gli abitanti della zona e  rumori che miracolosamente, non vengono uditi da nessuno perché tutti sono felici. C’è occupazione, l’emigrazione è arrestata, sembra addirittura che i figli partiti per l’estero in cerca di fortuna, possono ritornare e possono costruirsi la casa di proprietà. E’ il massimo che si può pretendere dalla vita, tutto il resto significa “sputare nel piatto dove si mangia”.

“Mosche Bianche” del “contropartito” dicono che non era tutto oro quello che luccicava , poiché già nei primi anni settanta erano necessari i primi pellegrinaggi a Roma nella speranza di mantenere qualche posto di lavoro in bilico. Negli anni ottanta, nonostante le varie campagne elettorali,  le assunzioni di nuovo personale diventano sempre più rare , a discapito  di contratti precari e cassa integrazione.

   Con gli anni novanta sembra che gli acquedotti mondiali siano già stati tutti costruiti o forse non si possono più costruire con tubi composti da materiale misterioso. I pali per l’elettrificazione non reggono più il mercato, visto l’arrivo di nuovi prodotti tecnologici. La Cassa per il Mezzogiorno diventa sempre più simile ad un colabrodo vuoto e la VIANINI  non intende convertire  la produzione di Binetto. Appaiono le nuove traverse cementizie per le linee ferroviarie  ma la società preferisce fabbricarle altrove. Chissà perchè! Comunque alla luce del lungo e travagliato parto del Piano Regolatore, la VIANINI ha conquistato tutto il conquistabile: ha imbrigliato  l’intera area in suo possesso chiudendo tutti gli accessi che per quanto storici erano diventati fastidiosi ai suoi misteriosi intenti. Inutile continuare con il ricatto occupazionale  e quindi c’è la corsa ai prepensionamenti, alla mobilità e ai licenziamenti.

  Per dovere di cronaca bisogna ammettere che gli ultimi rumori lavorativi si sono uditi provenire dall’interno della fabbrica, guarda caso, qualche mese prima dell’Amministrative del 2004 e sono cessati subito dopo l’evento elettorale. Adesso nonostante le imminenti Politiche sembra che l’azienda non abbia in programma alcuna sceneggiata. Lo stato dei luoghi, tra l’altro privo di qualsiasi difesa passiva, è catastrofico, così come  è parzialmente documentato dalle foto scattate il 12.2.06. Il dubbio sorge spontaneo e credo che non si fa peccato di pensiero a immaginare gli  interessi immobiliari della  VIANINI spa. All’accusa di fare i processi alle intenzioni si può rispondere con i dati di fatto alla mano che sono sotto gli occhi di tutti. L’azienda ha nelle mani miglia di metri quadrati  a ridosso del paese che sono stati letteralmente usurpati agli usi naturali e logici cui potevano essere destinati se solo si avesse avuta l’umiltà di guardare un po’ oltre la punta del naso pensando al futuro della zona e non al vicino e caduco guadagno……  Non dobbiamo dimenticare che cambiano i tempi ma il Re può sempre ordinare al povero vedovo, rimasto tale e quale a distanza di anni, di prendere in moglie un’altra malefica consorte che, invece di migliorare la vita famigliare, continuerà ad arricchirsi a spese dei figliastri.  Questa è un’analisi grossolana, probabilmente viziata dal fatto di sentirsi un  figliastro piuttosto pessimista, visto che la logica suggerisce e l’esperienza dimostra che purtroppo non vi è un limite  al “peggio”.  Comunque, il figliastro  in cuor suo spera che alla lunga  il bene trionferà, sicuro del fatto che  nel finale delle fiabe  le matrigne non vivono felici e contente! Speriamo che non vi sia l’eccezione che confermi la regola!!!

 

Inchiesta sul Territorio Binettese

 

1) -    La Coltivazione della Vite  -

   Gli alunni della classe V della scuola “Aldo Moro” - ed in particolare l’alunna Chirico Rebecca – hanno svolto una piccola inchiesta sul territorio di Binetto riguardante la coltivazione della vite nel passato ed ai nostri giorni.

 In passato, nella campagna di Binetto era molto diffusa la coltivazione della vite ad alberello, mentre quasi tutte le case del paese ospitavano nei pressi della porta d’ingresso una vite che si arrampicava sul muro principale, sino al balcone e sul terrazzo, ove poi si ampliava a pergola, creando un’ombra particolarmente gradita nei caldi pomeriggi estivi (tuttora è possibile vedere ciò nei pressi della chiesa situtata nel centro storico).

  

La vite della pergola era del tipo detto  “ Uva a corn’ “ (uva a corno).

 

   La coltivazione della vite ad alberello era dovuta soprattutto alla conformazione del terreno, non del tutto pianeggiante, al clima piuttosto asciutto, ed al fatto che tale tipo di vigna era il più antico conosciuto nella nostra zona fin dall’antichità.

Una volta, precisiamo inoltre, si coltivavano viti che producevano uve nere chiamate “U’ bambein’”; “U’ prnost”; “U’ terchisch”; “La malvasei ner”; uve rosse – “La barba ross’” – ed uve bianche, la “malvasei bianc’” e “U’ moschet’”.Vi era poi un’uva verde detta “La menaverd’”, che si conservava sino a Natale.Alla fine del mese di luglio vi era poi una vite che produceva “L’euv’ d’ Sant’Ann’”.

   In una zona del comprensorio di Binetto situata in altura, verso Sannicandro, e chiamata “U’ pastn”, di esclusiva proprietà dei Baroni D’Amely Melodia (antichi feudatari del paese), venivano coltivate delle viti che producevano uve pregiate denominate “U’ primateiv’” e “U’ Aleatc”.

Il “primitivo” era un vino pastoso di colore scurissimo, ricco di tannino e ad alta gradazione alcolica; mentre l’”aleatico”, anch’esso di gradazione elevata, aveva un colore rosso-rubino ed era piuttosto dolce e raffinato al palato. Purtroppo, per ragioni di mercato e per ignoranza della gente, nonostante si trattasse di ottimi vini la produzione delle relative viti non è stata da allora più effettuata.

Bisogna anche sapere che la coltivazione di tali vitigni richiedeva duro lavoro da parte di numerosi braccianti, che in passato i Baroni pagavano con un semplice piatto di legumi al termine della gravosa giornata lavorativa. Inoltre essi, non più alti di un metro dal suolo, anche nelle annate migliori producevano pochissimi grappoli d’uva.

Si può pertanto concludere che in passato la quantità maggiore di vino era prodotta dai Baroni, i quali lo conservavano in grandi botti di legno allineate in un’apposita cantina in pietra detta “U’ pallmid’”. I ruderi di questa cantina sono visibili ancora oggi nella zona retrostante la villa comunale, ma sono scomparse le botti e tutti gli attrezzi necessari per la produzione e la conservazione del vino. Gli eredi dei Baroni – infatti – hanno successivamente venduto tutto e solo gli anziani del paese ormai ricordano ancora qualcosa del tanto lavoro allora svolto, provando un senso di rabbia e di sconforto nel constatare appunto lo stato di irrimediabile decadenza in cui si sono ridotte le cantine.

Anche la parrocchia aveva dei vigneti, dai quali i mezzadri producevano del buon vino per la messa, ma circa vent’anni fa, anche qui a causa dei costo eccessivi e della vecchiaia delle viti, il parroco di allora decise di non produrre più vino.

   Attualmente si coltivano delle viti che producono uva bianca detta “mena vacca” (capezzolo di mucca), perché produce appunto vino bianco, di bassa gradazione alcolica e modesta qualità.   Tale tipo di vitigno si coltiva “a tendone”, ossia come un vasto pergolato (v. immagine sotto).

E’ del tutto scomparsa la coltivazione di uva nera, per l’errata convinzione che il vino nero facesse male alla salute, e che a tavola fosse invece più indicato quello bianco.

 

La cura della Vite

   In passato, la cura della vite era scandita dal suo ciclo vitale. Infatti, prima si piantavano le “barbatelle”; dopo alcuni anni su tali piante si innestavano vitigni più evoluti; queste piante poi si zappavano e curavano costantemente, fino a quando non iniziavano a produrre il primo raccolto.

Qualche tempo dopo la vendemmia - all’incirca verso la metà del mese di gennaio – le viti venivano potate da contadini esperti. In primavera, al risveglio della vegetazione, si legavano i giovani tralci tra loro con della raffia. Alla comparsa dei primi grappoli, poi, si eliminavano i tralci privi di frutto, operazione popolarmente nota come “sprchie”.

Col progredire della maturazione, i contadini eliminavano il fogliame superfluo, pur facendo attenzione a non strappare troppe foglie, poiché le stesse proteggevano gli acini dal caldissimo sole del Sud; tale operazione veniva detta “spampane”.

    Una malattia tipica delle viti era l’attacco della “muffa”, un particolare fungo parassita che rovinava piante e grappoli. Esso veniva fronteggiato dai contadini mediante l’irrorazione di zolfo in polvere e verderame diluiti in acqua.

§  §  §

   Ai giorni nostri, la coltivazione della vite rispecchia a grandi linee le stesse cadenze ed attività del passato, ma in realtà i mezzi meccanici e prodotti chimici altamente tossici ne hanno intaccato seriamente l’antico fascino. Basti pensare, a titolo d’esempio, che attualmente i contadini, pur di incrementare la produzione, innaffiano eccessivamente le viti, a discapito, com’è ovvio, della qualità del vino prodotto, in quanto il particolare gusto del vino nostrano era proprio dovuto alla composizione del terreno e all’aridità del suolo.

§ § §

 

Le fasi della lavorazione tradizionale del vino: la realtà di Binetto

   Nel piccolo centro rurale di Binetto sopravvive ancora presso alcune famiglie la consuetudine di produrre il vino in casa, servendosi degli attrezzi e delle metodologie che nel recente passato costituivano la regola, ed oggi invece tendono pian piano a scomparire a favore delle moderne tecnologie industriali.

E’ quindi con un sentimento di riscoperta e curiosità che i bambini della classe V della scuola elementare locale hanno potuto osservare ed apprendere una realtà che molto probabilmente da grandi non avrebbero mai più potuto conoscere.

Il risultato del percorso compiuto è illustrato in queste pagine in maniera didascalica, onde appunto riportare visivamente le diverse fasi che dal grappolo d’uva conducono al vino.

 

(Il nonno racconta…)

(La raccolta dei grappoli d’uva)

 

(I grappoli vengono prima raccolti nei tini…)                                                                           

       

(… e poi macinati)

 

(il tutto viene quindi pressato nel torchio)

 

(dalla massa compatta risultante si separano le vinacce dal succo d’uva…)

 

(…che viene riversato in altri tini)

 

     

 

(il mosto – si chiama così – va lasciato fermentare…)

    

 

(…ed al termine il vino viene travasato nelle damigiane…)

 

(…che si conservano al fresco nelle cantine) – F I N E !

 

 

 

Appendice: alcuni proverbi, brindisi e indovinelli binettesi legati al vino.

"IACC IACC OGN MIR SACCI" (sedano sedano conosco ogni tipo di vino);

"VINO VINELLO SEI BRUTTO SEI BELLO FA NIENTE  CHE  MI  FAI  GIRARE IL CERVELLO"

M RECORD VIGN ALLA CHIAZZ' (mi ricordo quando nella piazza del paese vi erano ancora le vigne);

"U TREN VE NAND E RET E El BEVC ARRET" (casi come il treno va avanti e dietro io bevo un altro bicchiere di vino);

"ERO LONTANO, BEVEVO IL VINO AL FIASCHEITO CHE MI PORTAVA MIO PADRE DA BINETTO ;

" VOG VIOTT VIOTT, IACHIC NU BELL GIOVANOTI, G AMMENGH LA MEN SOTT E U SPIUCH  TOT. U CE DE?" (Vado per viottoli, incontro un bel giovane, gli metto la mano sotto e lo spelo tutto. Che cosa è?).

 

 

Il vecchio e il bambino. (liberamente ispirato da una canzone di F.Guccini)

 

“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera….” .

...mentre i due camminano, appena fuori Binetto, i loro occhi vedono quel che resta della grande fabbrica.

L’area occupata è vastissima e non riescono a scorgere la fine di quella proprietà, delimitata da una rete metallica con sopra il reticolato.

La recinzione, in più punti sfondata, non riesce a nascondere una distesa pianeggiante, sovrastata da lugubri capannoni  abbandonati, le cui ombre rendono ancora più triste il paesaggio. In  molte parti l’erba si è rifiutata di nascere e il vento solleva, da quelle zolle arse, polvere grigiastra.

Qua e là  pesanti e moderni obelischi cilindrici si accasciano sul terreno soffocando l’antica e slanciata  torre di pietra che, nonostante le ingiurie del tempo e degli uomini, conserva la sua signorile dignità. Guardando al di là del recinto si vedono disseminati barili, serbatoi metallici e sacchi  accatastati che riversano in terra il loro contenuto.

I capannoni in lamiera, benché non arrugginiti,  hanno l’aspetto di un colabrodo.  Stessa sorte è toccata ai capannoni costituiti da pannelli che volevano far credere eterni. Il vento li sferza e li sfalda allontanando da loro fibre “eternamente mortali”.

Il vecchio non riesce a sopportare questa scena e socchiudendo gli occhi torna indietro negli anni. I suoi ricordi si trasformano in immagini e li racconta al bambino.  Adesso, attraverso le parole del vecchio, gli occhi del bambino vedono l’ arida pianura prendere le forme di piccoli saliscendi, coperti di ulivi e mandorleti. Quella terra era troppo fertile per accontentarsi solo di olive e di mandorle; opportunamente lavorata, rispettando il ritmo delle stagioni, donava legumi, ortaggi, verdura e frutta  dall’intenso sapore, così come l’aveva il vino delle vigne ad alberello. Anche la Santa Vergine, dal cielo, aveva un occhio di riguardo per quelle terre, così  come per tutto il “tenimento” di Binetto, tanto da proteggerlo con il suo mantello in occasione della tremenda gelata che colpì la zona.

Riconoscenti i binettesi amavano la loro terra sino a quando la solita dannata guerra cambiò le regole; per far fronte alla povertà di molti e sopratutto permettere la ricchezza di pochi, fu revocata la  fiducia alla terra e ci si affidò all’industria.

La poca coscienza imprenditoriale, in cambio del giusto salario pagato agli operai, pretese tutto quello che l’egoismo poteva chiedere: terra, compromessi, stravolgimenti urbanistici, inquinamento, finanziamenti statali, pagati dagli stessi operai e dai cittadini. Nessuno poteva opporsi. Chi non  stava alle regole poteva andarsene, il paese aveva bisogno di felicità e non di lacrime.

Il vecchio, improvvisamente, riapre gli occhi e innanzi a quell’area  agonizzante non sente più voci e non vede più quei colori  poco prima raccontati. Dov’è  la felicità tanto osannata? Quindi tace.

Il bambino, anche se con l’immaginazione, per un attimo ha visto che in quel luogo poteva esserci uno scenario migliore rispetto a quello attuale ed invita il vecchio a raccontare un’altra “favola”.

Il vecchio,  non se la sente. Ha paura di ingannarlo, di fargli del male, trasmettendogli un messaggio negativo; inoltre è stato stabilito che il paese  deve essere grato a quella fabbrica.  

Ma il dubbio è atroce: può la gratitudine,  per un giusto bene ricevuto, essere eterna  così come eterne sono le ferite provocate e le misteriose minacce ambientali e immobiliari che il mostro industriale ha esercitato e esercita sull’intera area?

A questo punto cosa fare? Non si può cantare fuori dal coro, sapendo che non si è infallibile!

Comunque, qualche  giorno fa, “la televisione” ha denunciato che in quella fabbrica ci sono delle situazioni che andrebbero poste all’ordine del giorno degli Enti preposti, così  tanto competenti quanto  silenziosi. La “televisione” è riuscita almeno a far mettere i sigilli all’area, ma adesso occorre che quei sigilli  non diventino ulteriore causa di silenzio e oblio.

Il vecchio, da parte sua, ritrova coraggio e decide di accontentare il bambino; gli parlerà ancora; gli racconterà di un mondo migliore, anche  perché, nel mondo dei buoni, le “favole” aiutano a crescere!

     angelo chirico       

 

L’ABBEGNAVOC 2006

“….. la notte della Befana, la “Mort” va in giro  per il paese e “ c’taisc” le persone che dovranno morire nel nuovo anno…..”.  Così cominciava la leggenda di Comara Ciggh, rigorosamente raccontata solo alla vigilia dell’Epifania dalla più anziana della famiglia ai più piccoli, dopo che, tutti insieme, ci si era riuniti intorno alla tavola e si erano gustate “ pettole e frittelle” e bevuto un buon bicchiere di vino. Da qui  l ”Abbegnavoc”; un modo per esorcizzare l ‘imprevedibilità della vita, dove l’uomo propone, ma è  Dio che  dispone. Al termine del racconto, tutti i bambini andavano a dar da mangiare abbondantemente  agli animali che in quella notte avevano il dono della parola. Subito dopo, prima di addormentarsi, i piccoli appendevano ai camini le calze con parte della strenna ricevuta a Natale. L’altra parte della strenna, a memoria di quanto fatto dai Magi, era stata offerta il giorno di Capodanno, al “Bambinello degli otto giorni” portato in  processione. La povera, ma genuina cultura contadina del passato  durante le feste natalizie metteva al primo posto il concetto del “dono”.

Con questo spirito la Libera Associazione  Binetto, il 5 gennaio 2006,  ha organizzato  “ L’ABBEGNAVOC”.

Con l’aiuto di aziende locali e del circondario e con l’operosità dei soci e simpatizzanti, nel suggestivo borgo antico di Binetto in Largo Torrione, sono state preparate e distribuite “ pettole e frittelle”, accompagnate da un genuino bicchiere di vino. La “ singolar  tenzone” tra le sostanziose pettole binettesi  e quelle  ciambelliformi calabresi  si è conclusa  in perfetta parità. Anche le semplici  frittelle e le fresche clementine hanno fatto la loro parte.

L’ambiente raccolto della piazzetta del piccolo borgo ha stimolato un crogiolo di positive sensazioni tra i Binettesi ed i  provenienti  dai paesi limitrofi a conferma del motto esposto  dal balcone, preso in prestito dalla Grecìa Salentina: “ Qui nessuno è forestiero”.

Ad evocare la leggenda storica, che la tradizione tramanda ancora, è intervenuta l’attrice Floriana Uva , proveniente da quel di Bari, che ha così riecheggiato la vicenda di Comara Ciggh e Comara Francesca che non credeva alla “Mort”.

Tra rulli di tamburi,  suoni di fiati della bitontina Bassa Banda e  la sorpresa di piccoli e grandi, è comparsa  la gentil Befana curva sotto il peso del suo sacco colmo  di piccoli doni che sono stati distribuiti  senza distinzione di età a dimostrazione che , in talune circostanze, tutti  riviviamo i sentimenti dell’infanzia.

L’allegra atmosfera che si respirava quella sera in Largo Torrione per la L.A.B. ha rappresentato un motivo d’orgoglio e di stimolo per il futuro.

La generosità delle aziende che hanno collaborato alla riuscita de “L’Abbegnavoc”, nello spirito della tradizione contadina del dono,  ha permesso, altresì,  di compiere piccoli gesti di solidarietà nei confronti di alcuni bisognosi perché :” Donare è meglio che ricevere”.         

                                                                                     la   L.A.B.